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Non vale, le donne sono avvantaggiate nello sport!

Nel lontano … studiavo per dare una tesi di dottorato, in filosofia.

Anzi, prendiamola ancora più alla lontana: 3 anni prima, giravo l’Italia proponendo alle università il mio progetto incentrato sull’etica dello sport. Mi interessava il concetto di competizione, sviluppato da Robert Simon con lo slogan “mutual quest for excellence” – ovvero: la competizione non è A contro B, ma A assieme a B per sviluppare al meglio sia le qualità di A che quelle di B e di conseguenza quelle del gioco.

Iniziavo la mia tesi discutendo la questione della discriminazione sessuale, centrale alla concezione della competizione com’è adesso. Si ritiene che le donne non sappiano di sport: non ne sappiano teoricamente e non ne sappiano praticamente. Il “dramma” è che questa è la classica profezia autoavverante, perché genera l’esclusione delle donne dallo sport e quindi la loro ignoranza in materia. Di conseguenza, alcune femministe ritengono che le donne non dovrebbero nemmeno provare a partecipare agli sport, perché verranno umiliate dal momento che gli sport sono studiati apposta per far risaltare le qualità maschili (forza, agilità, velocità…) – Betsy Postow era probabilmente la sostenitrice più nota di questa gran boiata. Altre femministe famose (Iris Young per es.) invece suggerivano che se in alcuni sport le qualità fisiche maschili sono avvantaggiate, ci sono però un sacco di altre discipline che favoriscono le qualità fisiche femminili: leggerezza, coordinazione (… mah, vai a vedere come sono coordinati i giocatori di basket o di football e poi ne riparliamo), resistenza, ecc.

Una nuova ricerca sembra avvalorare questa tesi: nelle gare di resistenza, come una maratona, le concorrenti sono avvantaggiate perché il loro corpo più leggero di quello di un concorrente maschio gestisce meglio il calore. E il calore eccessivo è deleterio per la prestazione. In particolare nella corsa, il surriscaldamento del fisico interferisce con il mantenimento dell’andatura. Secondo la ricerca, le donne hanno un rapporto massa-superficie tale che il surriscaldamento viene espulso più facilmente (hanno più superficie rispetto alla massa: sono leggere). Il divario si nota soprattutto nei non professionisti, e in particolare tra quelli che pur essendo dilettanti hanno un buon livello.

Da un punto di vista puramente personale, ho visto atlete capaci di competere in modo eccellente. Mi vengono in mente una giocatrice di basket (una playmaker che faceva girare la squadra con sapienza, quando c’è da correre si corre e quando c’è da ragionare si ragiona) e una mezzofondista (secondo me fortissima, anche se non sono un giudice esperto di atletica). Ho conosciuto giocatrici di pallavolo (che nell’Italia post-Mila&Shiro è anche facile) e persino due pugili (pugilesse?). Quindi molto bene, le ragazze hanno voglia di fare sport, e sport anche tradizionalmente maschili, non solo la danza da bambine.

Da un punto di vista da eticista dello sport, cosa se ne può dedurre?

Non lo so. Certo è un bene che le donne partecipino a degli sport. Anche dal punto di vista maschile: meglio una compagna che ti chiede di andare a vedere le sue gare, che una che ti chiede di andare per vestiti o aperitivi tra gente vuota e decadente. Ma non sono convinto che i suggerimenti delle femministe siano del tutto corretti. Meglio: sono sicuro che quello di Postow (“non partecipate!”) sia completamente sbagliato; e forse anche quello di Young, di limitarsi a certi sport. Pratichino quello che preferiscono. Quello che le fa sentire bene.

Lo squash in Pakistan

Questa mattina, vedendo di sfuggita un tg con lettura dei quotidiani, ho visto che leggevano un pezzo di Repubblica su una giocatrice di squash pakistana. Ho provato a cercare il pezzo online, ma ho trovato solo un articolo che risale a febbraio.

Per farla breve, questa ragazza, Maria Toorpakay Wazir, vuole giocare a squash ma i talebani lo vogliono impedire perché è una donna – è nata nel Waziristan, una regione del Pakistan dove il conservatorismo religioso è molto radicato.

Maria Toorpakay con i genitori
Maria Toorpakay con i genitori

Per non essere troppo sintetici: questa giocatrice di squash ha iniziato la carriera sportiva quando a 12 anni vinse una gara di sollevamento pesi. Gara mista, con maschi. Anzi, in realtà gara maschile perché le donne non possono fare sport, in regioni talebanizzate (ma non è una questione di islamismo, basta ricordare come è stato considerato il corpo nel cristianesimo, non solo il corpo femminile). Infatti per partecipare dovette tagliare i capelli e farsi passare per maschio.

Dopo l’exploit la ragazza continuò con lo sport, fino a conoscere lo squash. Lì, la folgorazione: sarebbe diventata campionessa mondiale. Dopo il tentativo di competere di nuovo contro i maschi, ma senza successo. “Relegata” ai campionati femminili, ben presto li dominava. Ora è fuggita dal Pakistan e si allena in Canada, sotto le cure di Jonathan Power, campione di quello sport.

Due cose mi hanno colpito: primo, ovvio, la stupidità della proibizione talebana. Che sembra dettata da paura, perché non le era proibito partecipare ai campionati femminili, ma quando è riuscita a battere dei maschi, apriti cielo!

Secondo, il coraggio di suo padre, che va contro tutte le “tradizioni” locali. È stato suo padre ad accompagnarla alla prima gara, è stato suo padre a farla partecipare contro i maschi, è stato suo padre a mandarla via di casa per proteggerla e permetterle nello stesso tempo di realizzarsi. E suo padre, se la biologia non è campata in aria, è un uomo, che dovrebbe attenersi alla cultura locale che vorrebbe la donna sottomessa e l’uomo in comando:

“In our area, girls are not even allowed to leave their family homes,” explains her father.

“They wear a veil all the time and are always accompanied by male family members. When people saw Maria and realised that she did not wear a veil and that she played squash wearing shorts, they were shocked. They said she had brought dishonour to our tribe and they criticised me heavily for it.”

A letter was pinned to the window of Wazir’s car telling him to stop his daughter from playing squash because it was “un-Islamic and against tribal traditions”.

It threatened “dire consequences” if he did not act.

But he maintained that if his daughters wanted to pursue a career in sport, he would support them.

(…)

“In our society people celebrate when a boy is born and they are aggrieved when a girl is born – this attitude must change. I want every tribal girl to have the same chances as other girls.”

E ancora, sempre parole del padre:

“They (religious elders) sent me to a mental asylum ‘cause they thought that I had deviated from the culture, and that I was crazy supporting women’s rights,” he recalled.

Ora, questo post avrebbe potuto diventare un pippone contro gli antropologi relativisti, quelli che dicono che ogni cultura è buona perché adatta al luogo in cui persiste, e sono evidentemente idioti perché vorrei vedere loro se fossero nati nelle condizioni delle popolazioni che studiano – non avrebbero potuto pontificare contro l’imperialismo culturale occidentale perché avrebbero dovuto occuparsi delle capre (i maschi) o fare figli e cucinare (le donne).

Poteva diventare un pippone anti-religioso, sul danno che può fare la religione a una società che non ha più bisogno della religione per mantenersi coesa e affrontare la vita – visto che la vita di oggi è molto diversa, siamo tutti connessi, è facile raggiungere altri luoghi, non c’è isolamento, possiamo affrontare epidemie e carestie ecc.

E poteva anche diventare un pippone pro-sport femminile, comprendendo un po’ tutte le sfaccettature: quelle etiche, sociali, e anche quelle estetiche (avendo conosciuto giocatrici di basket, istruttrici di palestra/pesi, atlete di atletica, di pallavolo, persino una pugile! o si dice pugilessa? Fa lo stesso).

Poteva, ma è domenica mattina e non ho voglia.