La definizione di definizione – ovvero del mestiere ingrato del filosofo

Ogni giorno per lavoro spiego che il filosofo non è il tizio stralunato che crede di avere risposte per ogni cosa. Piuttosto, è il tizio che ha domande.

Noi facciamo domande su tutto, se davvero facciamo filosofia e non pretendiamo di essere oracoli. Non facciamo niente di diverso da quello che faceva Socrate di fronte all’ottusa incapacità di abbandonare luoghi comuni dei suoi concittadini. Perché continuiamo? Evidentemente perché ancora oggi ci sono ottusi che non vogliono abbandonare i luoghi comuni. E anche perché abbiamo scoperto domande sempre migliori. Ma l’obbiettivo è quello là: scoprire il concetto, il “che cos’è questo?”.

Leggendo un breve testo di Ferdinando Scianna (Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria, Laterza, 2014), al quale mi sono avvicinato incuriosito dal tema dell’identità (magari ci tornerò in altro momento), scopro poi queste righe:

[…] la memoria è qualunque fenomeno lasci una traccia nella nostra mente, nel nostro cervello.

(p. 76)

Scianna la introduce come definizione di memoria che gli ha dato Stefano Cappa, neurologo. Definizione. E qui iniziano i problemi per il filosofo: tanto per cominciare, equipara apparentemente la mente e il cervello, cosa di cui alcuni non sono convinti (a partire dall’intelletto agente per arrivare alla mente estesa, il dibattito non è mica chiuso). Ma accettiamo questo punto, perché non è il più problematico: se memoria è ogni cosa lasci una traccia nel nostro cervello, ne possiamo derivare che il binario che ha infilzato il cervello di Phineas Gage è una memoria.

Bisogna capire se la definizione è una rielaborazione di Scianna (fotografo, bravo ed esperto, ma non abituato al tecnicismo neurologico) o se è proprio la tesi del neurologo. Io sospetto la seconda, e che il tutto derivi da un calco dal francese o dall’inglese (più probabile), lingue in cui però quel tipo di memoria indica quello che noi (usando un termine francese) chiamiamo souvenir o un’autobiografia (proprio il libro). Quindi effettivamente un oggetto esterno alla nostra scatola cranica. Almeno finché non vi si introduce come il binario di Gage, appunto. Oppure, secondo significato, memoria come ricordo: “una memoria del mio viaggio a Berlino” per indicare un particolare ricordo (per esempio: nella città delle spie, serve il codice anche per usare il bagno del fast-food). In questo secondo significato aiuterebbe i tentativi analogici – di usare la fotografia e la memoria come analoghi – di Scianna.

Però noi con memoria intendiamo qualcosa di diverso: la memoria non è un oggetto-trave e non è il ricordo, ma la capacità/facoltà di ricordare. Far passare surrettiziamente la definizione precedente è quindi un’operazione che al filosofo provoca amarezza. Ci allontana dal concetto, non ci avvicina. Rimane un luogo comune; magari uno nuovo, ma in sostanza è la stessa rogna. Anche se è sostenuta da scienziati, ricercatori, specialisti (però di cose, non di concetti).

A conferma dell’ipotesi che avanzo, nella pagina seguente troviamo quest’altra frase, questa volta “autografa” di Scianna:

[…] si intende per fotografia […] tutto ciò che attraverso l’apparato ottico, chimico, elettronico della macchina fotografica, lascia una traccia sul materiale sensibile che lo riceve.

(p. 77) Se faccio una foto al panorama, in base a questa definizione la fotografia non è il pezzo di carta che ho in mano, o l’insieme di pixel nello schermo, ma proprio il panorama là fuori. Faccio una foto al cane? La fotografia è il cane, non l’immagine. Mi faccio un autoritratto? Ah-ha! Io sono la fotografia! Funziona davvero così?

Sembra una sciocchezza insistere sul punto. Per il porco che vive una vita non esaminata (parafrasando tra gli altri J.S. Mill) lo è. E torniamo al punto di partenza: perché noi filosofi ci incaponiamo in questa acribia?

Perché la gente non ha ancora capito.

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Il trenino Aristocle

"Ciuff ciuuff!" disse Socrate "Hai ragione, maestro", rispose l'allievo

“Ciuff ciuuff!” disse Socrate
“Hai ragione, maestro”, rispose l’allievo

«Ora», seguitai, «paragona la nostra natura, per quanto concerne l’educazione e la mancanza di educazione, a un caso di questo genere. Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».

(continua)

La virtù è insegnabile

Dopo un sommario lavoro di catalogazione dei frammenti, certo non definitivo ma almeno utile per me, pesco un terzo argomento trattato abbastanza a fondo dal Socrate meno platonico di tutti. In questo brano, Socrate discute con il giovane Didascalo (ennesimo nome parlante) la questione di cosa sia insegnabile, e in che modo lo sia. Troveremo sorprese, se siamo abituati a quello che Platone faceva dire al suo maestro.

Socrate, scuola di Atene

Socrate alla scuola di Atene. Da cosa si capisce che è una scuola? Il primo barbuto a sinistra sta dando il cinque a un bidello che sta entrando; il soldato si sta ravanando sotto la tunica e l’impugnatura della spada è chiaramente un simbolo; il vecchio in rosso mette su la faccia di chi sta facendo lo sforzo di non addormentarsi e finge di seguire la lezione; il biancocrinito capellone e barbone è l’unico che ascolta; il biondino sta pensando ai cazzi suoi e probabilmente guarda una compagna (o magari un compagno) di classe.

Socrate – dunque ci chiedevamo se la virtù sia insegnabile

Didascalo – Giusto, e avevamo visto la posizione dei sofisti su questo argomento

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So di non sapere, meglio mettere condimento

Aparicio Socrate

Aparicio Socrate (Photo credit: Wikipedia)

Togliendo tempo al sonno, sto cercando di tradurre i brani socratici che ho recuperato tempo fa. Sono pezzi sparsi, niente di corposo, non sembrano esserci interi dialoghi ma appunto solo brani. Come se fossero scarti della produzione platonica. O come se fossero apocrifi. O come se fossero dei falsi posteriori, ma chi lo sa, ci andrebbe un vero esperto per capirlo.

Oggi sono in grado di pubblicare una nuova sequenza dialogica, poche frasi, pochi scambi, ma comunque interessanti per gli studiosi. Parlano Socrate e Diote, quindi se ho nominato il primo brano Maccoao dal nome dell’interlocutore di Socrate, potremo chiamare questo dialogo Diote. Vorrei sottolineare la finezza della scelta dei nomi: non sappiamo se gli interlocutori di Socrate siano veramente esistiti – qualcuno sì, di sicuro, ma non sappiamo se si siano svolti quei discorsi. Comunque, in questi brani che sto traducendo incontriamo dei nomi parlanti, fateci attenzione.

Diote – E quindi Epimenide mi ha raccontato che gli ha detto suo cugino che ha comprato il vero teschio del Minotauro, ma come noto i cretesi mentono, quindi quello che mi ha raccontato Epimenide è per forza falso.

Socrate – Ecco Diote, ecco quello di cui parlavamo: hai commesso un errore di ragionamento

D – E quale, Socrate? Continua a leggere

Ethics for dummies

Socrates 469 BC - 2011 AD

Socrates 469 BC – 2011 AD (Photo credit: nerosunero)

Sono recentemente venuto in possesso di alcuni frammenti di dialoghi con protagonista Socrate, tramite una rete sotterranea e insomma la Grecia si sta svendendo tutto e certe cose te le regala pure basta che le porti via che serve spazio e sapete come va. Non fanno parte dei dialoghi platonici, non so se perché lo Stephanus non li conosceva o se perché proprio non sono opera di Platone dal momento che il suo Socrate e quello di questi frammenti non sempre collimano (ovvero, il Socrate di questi frammenti non sempre dice quello che vuole Platone). Non sono filologo, ricordo vagamente il greco classico, ma ecco qui una traduzione di un brano breve:

Socrate – Dunque tu pensi che sia giusto ciò che viene a tuo vantaggio?

Maccoao – Certo lo penso.

S – Anche se il tuo vantaggio va a detrimento d’un altro?

M – Sì.

S – Allora sicuramente penserai che sia giusto che l’altro pensi che sia giusto ciò che va a suo vantaggio, anche se va a tuo detrimento. Continua a leggere