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Il paradosso dell’intelligenza

Per quale motivo, si chiedono gli economisti del WEF, registriamo una differenza così grande nel rapporto intelligenza-reddito se la misuriamo a livello individuale e a livello collettivo/nazionale?

I dati sono chiarissimi: un incremento di QI di 1 punto produce in media un aumento di reddito dell’1%. Che significa: se Tizio ha un QI di 100 e Caio di 101, allora Caio (probabilmente) ha un reddito che è l’1% maggiore di quello di Tizio.

Ma se l’incremento di QI è diffuso nella popolazione, succede qualcosa di meglio: se il QI della popolazione aumenta di 1 punto, il reddito medio aumenta del 6%. Altro esempio: a Casadeldiavolo il QI medio degli abitanti è di 100 punti, mentre a Bottadiculo è di 101 – vedremo che il reddito medio di Bottadiculo è del 6% maggiore di quello di Casadeldiavolo.

Come mai? Come mai l’aumento è così sproporzionato? Si fanno varie ipotesi: Continua a leggere “Il paradosso dell’intelligenza”

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La scuola giusta, non quella “buona”

Da parecchio vado rimuginando la questione della “buonascuola” di marca renziana. In primo luogo perché mi coinvolge direttamente, e in modo peggiorativo. Ma non sono l’unico, perché pare che la grande maggioranza dei docenti, compresi quelli già di ruolo, subiranno un peggioramento in qualche modo (scatti per la pensione, qualità del lavoro…). Quindi non mi addentro nei problemi miei specifici (a parte ricordare che un/a inutile che all’ultimo concorso ha risposto Nietzsche alla domanda sulla linguistic turn avrà il ruolo, sempre che non fosse già tra i vincitori).

In secondo luogo perché presenta un’interessante questione per un filosofo meta-etico: il progetto è proprio intitolato “La buona scuola”. Buona. Se si usa il termine “buono” l’eticista che ha studiato anche meta-etica sente suonare un campanello d’allarme. Perché non è un termine neutro, e non è un termine semplicemente descrittivo. E sicuramente chi ha inventato lo slogan non lo intende in senso neutro: ha bisogno di far passare l’idea menzognera che questo governo sta finalmente facendo qualcosa di buono, mentre tutti gli altri non hanno mai fatto niente o hanno creato danni.

Di recente una preside di una scuola anconetana si è esposta a favore del progetto, affermando che i docenti che non fanno domanda perché non vogliono subire trasferimenti di migliaia di km potenziali sono in realtà una zavorra (non l’ha detto esplicitamente) di cui ci si libera per selezione naturale (questo sì, l’ha detto) che fa emergere i più motivati. Continua a leggere “La scuola giusta, non quella “buona””

Assumere docenti durante le recessioni

Una ricerca suggerisce che i docenti assunti durante la recessione economica riescano a ottenere risultati migliori aumentando le capacità dei loro studenti.

Può sembrare – dicono – controintuitivo. In realtà la spiegazione è semplice: durante la recessione alcuni professionisti, esperti di alcune materie, non trovano lavoro e provano con l’insegnamento. Ripeto: l’insegnamento non è stata la loro prima scelta. Si tratta di un ripiego.

Quali considerazioni possiamo ricavare da quel dato?

La prima considerazione è che non servono corsi di abilitazione o lauree abilitanti. Formare persone con lo specifico scopo di insegnare è un errore. Bisogna cercare esperti dei settori che si insegnano, non persone che hanno studiato come insegnare. Ci vanno, quindi, esperti delle materie.

La seconda considerazione è che le classi di concorso vanno riviste: a insegnare filosofia ci mettiamo filosofi, non psicologi o pedagoghi; a insegnare storia ci mettiamo storici, non filosofi o letterati; a insegnare matematica ci mettiamo matematici e così via. Senza dimenticare “l’ora di ginnastica”: alle elementari (o primarie, chiamatele come vi pare) non c’è un vero esperto di quella disciplina. Niente classi di concorso miste, niente dilettantismo.

La terza considerazione è che le scuole dovrebbero cercare davvero persone che hanno lavorato nel loro settore di studi, e non come insegnanti. Un’analogia sportiva: millemila anni fa la nazionale di basket italiana era una rovina, dopo i fasti degli anni ’80. Si era individuata la causa della mancanza di veri talenti nelle difficili condizioni dei settori giovanili, in cui gli investimenti erano scarsi e la qualità degli  allenatori inferiore. I bravissimi allenavano i professionisti, non i ragazzini. In parte per questioni di prestigio, in parte per questioni di soldi: allenare le giovanili lo fa un giovane neo-allenatore anche gratis o per il rimborso spese, un allenatore affermato guadagna di più e non va ad allenare le giovanili. Quindi l’idea era convincere gli allenatori top con oculate politiche di finanziamento perché allenassero i ragazzi invece (o assieme) dei professionisti. Non è mai successo, ma l’idea c’era. Se portiamo l’analogia al mondo della scuola, mi sembra facile equiparare le scuole fino alla fine delle superiori al livello delle giovanili di una squadra sportiva: in quella fase, a quell’età, si imparano i fondamentali, se qualcuno li insegna come si deve. Quel qualcuno per insegnarli come si deve ha bisogno di aver fatto esperienza di quelle capacità, non solo possederle in teoria lette sui libri.

Come funzionano le cose in Italia? Male. E la riforma del governicchio renziano peggiora ancora le cose. Faccio un esempio personale: ho concluso il corso di abilitazione TFA, che ritengo inutile ai fini dell’insegnamento in pratica – la consideravo come una mazzetta allo Stato in modo di salire di graduatoria e avere qualche possibilità in più, ma non credo che le capacità che ho siano dovute a quel corso. Le avevo prima. Comunque: ho fatto domanda per essere inserito nelle graduatorie di seconda fascia, quelle degli abilitati. E ho scoperto che non c’è, in quella domanda, una sezione in cui dichiarare pubblicazioni attinenti al settore (nemmeno altre, ma quelle sarebbero ininfluenti). Nelle domande di iscrizione alla normale terza fascia quella parte c’era. Ho pubblicato un libro, articoli, recensioni. Non molto, e non sono certo il migliore del mondo. Ma l’esclusione di questi lavori dalla domanda, in cui varrebbero punti e quindi permetterebbero di essere meglio posizionati in graduatoria, è piuttosto indicativa: “cazzo ce ne frega di chi ha lavorato nel settore!“. Non contano mica quelle caratteristiche lì!

Eppure gli esperti del settore sono più utili degli esperti di insegnamento…

 

Pro domo sua

cicerone in un'orazione al Senato

Una delle cose che mi lasciano un dubbio è l’affermazione che “la filosofia non serve a niente“.

In prima battuta risponderei: «Dipende. Ce n’è che non serve a niente, ma anche roba seria». La risposta aprirebbe un dibattito, perché la mia selezione non corrisponde a quella tipica del filosofo italiano. E non ho voglia di discuterne. Gli americani dicono: «Non rotolarti nel fango con i maiali. Loro si divertono, tu ti sporchi e basta».

Mi interessa di più un corollario del teorema: “Si possono ridurre le ore di filosofia a scuola” o “Togliamo filosofia”, o “filosofia non interessa a nessuno” e altre combinazioni sempre sullo stesso tema.

Mi interessa perché crea un attrito con la realtà. La faccio semplice: quanti potenziali docenti di filosofia ci sono nelle graduatorie?

Non lo so. Ho provato una veloce ricerca su Google ma non trovo un dato preciso. Comunque tanti. Più di quante cattedre siano disponibili. E i filosofi in graduatoria non sono tutti i laureati in filosofia, sono solo una parte.

Seguite il ragionamento: come mai ci sono tanti laureati in filosofia, se la filosofia non suscita interesse?

Evidentemente suscita interesse. Ci sono persone che si iscrivono e studiano per anni in università, sborsando soldi, impiegando tempo ed energie.

Da dove arriva questo interesse?

Beh, quando ti iscrivi all’università, di solito sei appena uscito da una scuola superiore (o “secondaria di secondo grado”, come vogliono i burocrati). Quindi l’interesse viene dalle scuole superiori. Durante il percorso (gli ultimi tre anni, in questo caso) ti sei appassionato, e decidi di studiare quello.

Quindi la filosofia interessa più di quel che si dice. I numeri dicono così. Considerando i tagli, la riduzione delle ore, la possibilità di vedere solo gli studenti degli ultimi 3 anni dei licei, la generale lotta della “cultura media” italiana contro il pensiero articolato oltre lo slogan, mi sembra che filosofia possa essere considerata la disciplina con il miglior rapporto di efficienza.

E questo nonostante il fatto che la gran parte dell’insegnamento riguardi proprio quella che io non selezionerei, come dicevo all’inizio.

Señor Cacadubbi(s)

Silenzio!
Silenzio! Uff, ‘ste classi numerose!

Lezione di docimologia del TFA. Spiegone sul fondativo esperimento del 1934 degli psicologi Pieron e Laugier che radunano 30 docenti esperti – con alle spalle almeno 10 anni di esami di Stato – di varie materie (francese, inglese, latino, filosofia, fisica e non ricordo mi sembra basta); poi raccolgono 100 verifiche di studenti per ogni materia. E dividono i prof per materie, ci sono 6 prof per ogni materia; poi dicono “corrigerete!” e scoprono che ci sono enormi variazioni di voto nella stessa disciplina sullo stesso compito. Del genere che su una scala da 0 a 20, nei compiti di filosofia ci possono essere anche 13 punti di differenza tra i voti dati da due prof. Io segno 7 e l’altro segna 20. Problema: se lo studente finisce nella mia classe è un somaro, se finisce nella classe dell’altro è un genio. Con la stessa identica produzione.

Diranno i miei affezzzzzzzionati lettori: eh ma filosofia… chiacchere, alea, arbitrio… Ribatto: infatti, sono molto più preoccupanti le variazioni fino a 9 punti su compiti di matematica/fisica. Dovrebbero essere scienze esatte. 2+2 fa 4 sul compito che correggo io e fa “mattoni e Nutella” sul compito che corregge un altro?

Impeto all’uniformità misurativa, esclamazioni di tripudio per l’idea, e Pieron e Laugier alla fine pubblicano nel 1936 il loro articolo allarmante su una rivista ginevrina. Iniziamo a dare i voti con criterio, per diamine! e no alla cazzodicane! (è un francesismo). Quindi oggi grazie a Pieron e Laugier abbiamo una disciplina che studia come valutare i valutandi. Continua a leggere “Señor Cacadubbi(s)”

Gender bias ma non quello che pensate

L’Italia è un Paese arretrato, dove la metà (abbondante) femminile della popolazione si suddivide tra lavoro da casalinghe e scarso successo nel mondo del lavoro fuori casa. I dati dicono che peggio dell’Italia, nel gruppone dei Paesi OCSE, fanno solo Turchia e Messico. Ovviamente una delle cause è il fatto che la politica italiana non fa granché per aiutare le donne a stabilizzarsi nel mondo del lavoro. Pochissimi posti negli asili, nei nidi ecc ecc. Bisogna cercarsi quelli privati, che costano un botto, ecc ecc. Quindi le madri devono stare a casa a curare i figli piccoli.

Ma ci sono anche motivi culturali, evidentemente.

In primo luogo, se non ci fossero quei motivi culturali, la politica sceglierebbe di fare qualcosa per favorire la stabilizzazione delle donne nel mondo del lavoro. Invece si fa “politica per le famiglie” intesa non ad aiutare le famiglie, ma a moltiplicare le nascite di italiani purosangue, in pieno stile Ceausescu (o qualunque altra dittatura vi venga in mente, ma Ceausescu è piuttosto famoso per le sue politiche a favore dell’incremento demografico – per esempio, severissime restrizioni sull’aborto, abnorme aumento delle tasse per chi, passati i 25 anni, ancora non avesse procreato…). Non scrivo questo post per discutere di demografia, malthusianesimo, o temi affini (perché un governante ricorre agli incentivi alle nascite?), quindi taglio corto su questo punto. Continua a leggere “Gender bias ma non quello che pensate”

La virtù è insegnabile

Dopo un sommario lavoro di catalogazione dei frammenti, certo non definitivo ma almeno utile per me, pesco un terzo argomento trattato abbastanza a fondo dal Socrate meno platonico di tutti. In questo brano, Socrate discute con il giovane Didascalo (ennesimo nome parlante) la questione di cosa sia insegnabile, e in che modo lo sia. Troveremo sorprese, se siamo abituati a quello che Platone faceva dire al suo maestro.

Socrate, scuola di Atene
Socrate alla scuola di Atene. Da cosa si capisce che è una scuola? Il primo barbuto a sinistra sta dando il cinque a un bidello che sta entrando; il soldato si sta ravanando sotto la tunica e l’impugnatura della spada è chiaramente un simbolo; il vecchio in rosso mette su la faccia di chi sta facendo lo sforzo di non addormentarsi e finge di seguire la lezione; il biancocrinito capellone e barbone è l’unico che ascolta; il biondino sta pensando ai cazzi suoi e probabilmente guarda una compagna (o magari un compagno) di classe.

Socrate – dunque ci chiedevamo se la virtù sia insegnabile

Didascalo – Giusto, e avevamo visto la posizione dei sofisti su questo argomento

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