Tag: istruzione

Il paradosso dell’intelligenza

Per quale motivo, si chiedono gli economisti del WEF, registriamo una differenza così grande nel rapporto intelligenza-reddito se la misuriamo a livello individuale e a livello collettivo/nazionale?

I dati sono chiarissimi: un incremento di QI di 1 punto produce in media un aumento di reddito dell’1%. Che significa: se Tizio ha un QI di 100 e Caio di 101, allora Caio (probabilmente) ha un reddito che è l’1% maggiore di quello di Tizio.

Ma se l’incremento di QI è diffuso nella popolazione, succede qualcosa di meglio: se il QI della popolazione aumenta di 1 punto, il reddito medio aumenta del 6%. Altro esempio: a Casadeldiavolo il QI medio degli abitanti è di 100 punti, mentre a Bottadiculo è di 101 – vedremo che il reddito medio di Bottadiculo è del 6% maggiore di quello di Casadeldiavolo.

Come mai? Come mai l’aumento è così sproporzionato? Si fanno varie ipotesi: Continua a leggere “Il paradosso dell’intelligenza”

Annunci

Assumere docenti durante le recessioni

Una ricerca suggerisce che i docenti assunti durante la recessione economica riescano a ottenere risultati migliori aumentando le capacità dei loro studenti.

Può sembrare – dicono – controintuitivo. In realtà la spiegazione è semplice: durante la recessione alcuni professionisti, esperti di alcune materie, non trovano lavoro e provano con l’insegnamento. Ripeto: l’insegnamento non è stata la loro prima scelta. Si tratta di un ripiego.

Quali considerazioni possiamo ricavare da quel dato?

La prima considerazione è che non servono corsi di abilitazione o lauree abilitanti. Formare persone con lo specifico scopo di insegnare è un errore. Bisogna cercare esperti dei settori che si insegnano, non persone che hanno studiato come insegnare. Ci vanno, quindi, esperti delle materie.

La seconda considerazione è che le classi di concorso vanno riviste: a insegnare filosofia ci mettiamo filosofi, non psicologi o pedagoghi; a insegnare storia ci mettiamo storici, non filosofi o letterati; a insegnare matematica ci mettiamo matematici e così via. Senza dimenticare “l’ora di ginnastica”: alle elementari (o primarie, chiamatele come vi pare) non c’è un vero esperto di quella disciplina. Niente classi di concorso miste, niente dilettantismo.

La terza considerazione è che le scuole dovrebbero cercare davvero persone che hanno lavorato nel loro settore di studi, e non come insegnanti. Un’analogia sportiva: millemila anni fa la nazionale di basket italiana era una rovina, dopo i fasti degli anni ’80. Si era individuata la causa della mancanza di veri talenti nelle difficili condizioni dei settori giovanili, in cui gli investimenti erano scarsi e la qualità degli  allenatori inferiore. I bravissimi allenavano i professionisti, non i ragazzini. In parte per questioni di prestigio, in parte per questioni di soldi: allenare le giovanili lo fa un giovane neo-allenatore anche gratis o per il rimborso spese, un allenatore affermato guadagna di più e non va ad allenare le giovanili. Quindi l’idea era convincere gli allenatori top con oculate politiche di finanziamento perché allenassero i ragazzi invece (o assieme) dei professionisti. Non è mai successo, ma l’idea c’era. Se portiamo l’analogia al mondo della scuola, mi sembra facile equiparare le scuole fino alla fine delle superiori al livello delle giovanili di una squadra sportiva: in quella fase, a quell’età, si imparano i fondamentali, se qualcuno li insegna come si deve. Quel qualcuno per insegnarli come si deve ha bisogno di aver fatto esperienza di quelle capacità, non solo possederle in teoria lette sui libri.

Come funzionano le cose in Italia? Male. E la riforma del governicchio renziano peggiora ancora le cose. Faccio un esempio personale: ho concluso il corso di abilitazione TFA, che ritengo inutile ai fini dell’insegnamento in pratica – la consideravo come una mazzetta allo Stato in modo di salire di graduatoria e avere qualche possibilità in più, ma non credo che le capacità che ho siano dovute a quel corso. Le avevo prima. Comunque: ho fatto domanda per essere inserito nelle graduatorie di seconda fascia, quelle degli abilitati. E ho scoperto che non c’è, in quella domanda, una sezione in cui dichiarare pubblicazioni attinenti al settore (nemmeno altre, ma quelle sarebbero ininfluenti). Nelle domande di iscrizione alla normale terza fascia quella parte c’era. Ho pubblicato un libro, articoli, recensioni. Non molto, e non sono certo il migliore del mondo. Ma l’esclusione di questi lavori dalla domanda, in cui varrebbero punti e quindi permetterebbero di essere meglio posizionati in graduatoria, è piuttosto indicativa: “cazzo ce ne frega di chi ha lavorato nel settore!“. Non contano mica quelle caratteristiche lì!

Eppure gli esperti del settore sono più utili degli esperti di insegnamento…

 

La prova provata che la scuola italiana ha fallito

Uno scova, saltellando da un link all’altro in modo randomizzato, un post che propone un’analisi – discutibile quanto si vuole – sulle vicende amministrative delle scuole pavesi: manca personale di servizio perché per risparmiare si affida tutto in outsourcing e chi vince i bandi di concorso fa tagli per restare nelle spese.

Va beh. Solita divisione in poli nei commenti, tra lamentosi membri della scuola che subiscono i tagli e lamentosi boh, non so, “cittadini” che pretendono di non sprecare i loro soldi. Trite invocazioni stile “andate a lavorare”, che i docenti lavorano 18 ore a settimana e fanno 4 mesi di vacanza all’anno. Magari! Cioè, si può anche fare eh, basta non preparare le lezioni, non correggere i compiti, non rendersi disponibili ai colloqui con i genitori, non dover interagire con 25-30 individui per volta ciascuno con le sue paturnie e queste cose qui. In pratica, basta non insegnare. Che evidentemente è ciò che hanno fatto i docenti di chi sostiene questa gran vaccata.

Ma ciò che rende meglio l’idea del fallimento della scuola è un commento che dice all’incirca (non so se posso copiaincollarlo, ma parafrasarlo certo che si può, è una posizione espressa in modo pubblico e quindi pubblicamente può essere discussa): quando andavo a scuola io negli anni ’60 (…) c’era una maestra sola e un bidello solo per tutta la scuola, come mai adesso ne servono così tanti?

In effetti non servono. Possiamo tranquillamente accontentarci che la scuola prepari i giovani a vivere nel mondo di 50 anni fa.

L'italica scuola futura e i giovani virgulti pronti ad affrontare il mondo ipertecnologico e iperspecializzato
L’italica scuola futura e i giovani virgulti pronti ad affrontare il mondo ipertecnologico e iperspecializzato

(p.s. non mi piace come “funziona” la scuola italiana oggi, ma certo nemmeno le “soluzioni” proposte da certa gente sono quelle giuste…)

7 febbraio 1966

Capisco che è agosto, che non ci si pensa, che ci sono le vacanze, ma quasi 50 anni fa (il 7 febbraio 1966, appunto), si pronunciavano queste parole:

Senator Robert Kennedy discusses school with y...

(…) abbiamo fatto funzionare le nostre scuole in base alla teoria secondo cui il sistema scolastico di per sé fosse buono; se un ragazzo falliva, era il ragazzo a sbagliare. E su questa base abbiamo etichettato i ragazzi che sono andati incontro all’insuccesso scolastico: li abbiamo definiti culturalmente svantaggiati, o ritardati, oppure pigri, o stupidi.
Ma i risultati di questo sistema sono che da un quarto a un terzo dei nostri giovani non raggiunge neanche i requisiti intellettivi minimi per le Forze Armate; che più della metà dei diplomati di molte delle nostre scuole superiori non sono preparati nemmeno per i lavori più rudimentali; che centinaia di migliaia di ragazzi si perdono per strada.

Non possiamo più permetterci questo spreco. Se i nostri attuali metodi educativi non riescono a fare di meglio, allora debbono essere cambiati per adattarsi agli studenti, così come i medici cambiano una terapia che non riesce a curare un malato. Dobbiamo guardare al fallimento di uno studente come al fallimento della scuola e al nostro fallimento. Dobbiamo ritenerci responsabili delle carenze dei nostri ragazzi.

Robert F. Kennedy, Sogno cose che non sono state mai, Einaudi, 2012. p. 19.

Sarebbe sufficiente la citazione, senza commenti miei. Continua a leggere “7 febbraio 1966”

Feedback per gli insegnanti

Ho concluso da poco l’ennesima esperienza da docente precario. Quest’anno lavoravo di sostegno, con studenti disabili, sia fisici che mentali. Non starò a dire che l’esperienza mi ha fatto crescere o tutte quelle cose buoniste, non sono parte di me. Sono tanto buono e paziente quanto lo ero prima, sono un docente tanto buono quanto lo ero prima e così via.  Continua a leggere “Feedback per gli insegnanti”