Tag: insegnamento

Assumere docenti durante le recessioni

Una ricerca suggerisce che i docenti assunti durante la recessione economica riescano a ottenere risultati migliori aumentando le capacità dei loro studenti.

Può sembrare – dicono – controintuitivo. In realtà la spiegazione è semplice: durante la recessione alcuni professionisti, esperti di alcune materie, non trovano lavoro e provano con l’insegnamento. Ripeto: l’insegnamento non è stata la loro prima scelta. Si tratta di un ripiego.

Quali considerazioni possiamo ricavare da quel dato?

La prima considerazione è che non servono corsi di abilitazione o lauree abilitanti. Formare persone con lo specifico scopo di insegnare è un errore. Bisogna cercare esperti dei settori che si insegnano, non persone che hanno studiato come insegnare. Ci vanno, quindi, esperti delle materie.

La seconda considerazione è che le classi di concorso vanno riviste: a insegnare filosofia ci mettiamo filosofi, non psicologi o pedagoghi; a insegnare storia ci mettiamo storici, non filosofi o letterati; a insegnare matematica ci mettiamo matematici e così via. Senza dimenticare “l’ora di ginnastica”: alle elementari (o primarie, chiamatele come vi pare) non c’è un vero esperto di quella disciplina. Niente classi di concorso miste, niente dilettantismo.

La terza considerazione è che le scuole dovrebbero cercare davvero persone che hanno lavorato nel loro settore di studi, e non come insegnanti. Un’analogia sportiva: millemila anni fa la nazionale di basket italiana era una rovina, dopo i fasti degli anni ’80. Si era individuata la causa della mancanza di veri talenti nelle difficili condizioni dei settori giovanili, in cui gli investimenti erano scarsi e la qualità degli  allenatori inferiore. I bravissimi allenavano i professionisti, non i ragazzini. In parte per questioni di prestigio, in parte per questioni di soldi: allenare le giovanili lo fa un giovane neo-allenatore anche gratis o per il rimborso spese, un allenatore affermato guadagna di più e non va ad allenare le giovanili. Quindi l’idea era convincere gli allenatori top con oculate politiche di finanziamento perché allenassero i ragazzi invece (o assieme) dei professionisti. Non è mai successo, ma l’idea c’era. Se portiamo l’analogia al mondo della scuola, mi sembra facile equiparare le scuole fino alla fine delle superiori al livello delle giovanili di una squadra sportiva: in quella fase, a quell’età, si imparano i fondamentali, se qualcuno li insegna come si deve. Quel qualcuno per insegnarli come si deve ha bisogno di aver fatto esperienza di quelle capacità, non solo possederle in teoria lette sui libri.

Come funzionano le cose in Italia? Male. E la riforma del governicchio renziano peggiora ancora le cose. Faccio un esempio personale: ho concluso il corso di abilitazione TFA, che ritengo inutile ai fini dell’insegnamento in pratica – la consideravo come una mazzetta allo Stato in modo di salire di graduatoria e avere qualche possibilità in più, ma non credo che le capacità che ho siano dovute a quel corso. Le avevo prima. Comunque: ho fatto domanda per essere inserito nelle graduatorie di seconda fascia, quelle degli abilitati. E ho scoperto che non c’è, in quella domanda, una sezione in cui dichiarare pubblicazioni attinenti al settore (nemmeno altre, ma quelle sarebbero ininfluenti). Nelle domande di iscrizione alla normale terza fascia quella parte c’era. Ho pubblicato un libro, articoli, recensioni. Non molto, e non sono certo il migliore del mondo. Ma l’esclusione di questi lavori dalla domanda, in cui varrebbero punti e quindi permetterebbero di essere meglio posizionati in graduatoria, è piuttosto indicativa: “cazzo ce ne frega di chi ha lavorato nel settore!“. Non contano mica quelle caratteristiche lì!

Eppure gli esperti del settore sono più utili degli esperti di insegnamento…

 

Pro domo sua

cicerone in un'orazione al Senato

Una delle cose che mi lasciano un dubbio è l’affermazione che “la filosofia non serve a niente“.

In prima battuta risponderei: «Dipende. Ce n’è che non serve a niente, ma anche roba seria». La risposta aprirebbe un dibattito, perché la mia selezione non corrisponde a quella tipica del filosofo italiano. E non ho voglia di discuterne. Gli americani dicono: «Non rotolarti nel fango con i maiali. Loro si divertono, tu ti sporchi e basta».

Mi interessa di più un corollario del teorema: “Si possono ridurre le ore di filosofia a scuola” o “Togliamo filosofia”, o “filosofia non interessa a nessuno” e altre combinazioni sempre sullo stesso tema.

Mi interessa perché crea un attrito con la realtà. La faccio semplice: quanti potenziali docenti di filosofia ci sono nelle graduatorie?

Non lo so. Ho provato una veloce ricerca su Google ma non trovo un dato preciso. Comunque tanti. Più di quante cattedre siano disponibili. E i filosofi in graduatoria non sono tutti i laureati in filosofia, sono solo una parte.

Seguite il ragionamento: come mai ci sono tanti laureati in filosofia, se la filosofia non suscita interesse?

Evidentemente suscita interesse. Ci sono persone che si iscrivono e studiano per anni in università, sborsando soldi, impiegando tempo ed energie.

Da dove arriva questo interesse?

Beh, quando ti iscrivi all’università, di solito sei appena uscito da una scuola superiore (o “secondaria di secondo grado”, come vogliono i burocrati). Quindi l’interesse viene dalle scuole superiori. Durante il percorso (gli ultimi tre anni, in questo caso) ti sei appassionato, e decidi di studiare quello.

Quindi la filosofia interessa più di quel che si dice. I numeri dicono così. Considerando i tagli, la riduzione delle ore, la possibilità di vedere solo gli studenti degli ultimi 3 anni dei licei, la generale lotta della “cultura media” italiana contro il pensiero articolato oltre lo slogan, mi sembra che filosofia possa essere considerata la disciplina con il miglior rapporto di efficienza.

E questo nonostante il fatto che la gran parte dell’insegnamento riguardi proprio quella che io non selezionerei, come dicevo all’inizio.

La virtù è insegnabile

Dopo un sommario lavoro di catalogazione dei frammenti, certo non definitivo ma almeno utile per me, pesco un terzo argomento trattato abbastanza a fondo dal Socrate meno platonico di tutti. In questo brano, Socrate discute con il giovane Didascalo (ennesimo nome parlante) la questione di cosa sia insegnabile, e in che modo lo sia. Troveremo sorprese, se siamo abituati a quello che Platone faceva dire al suo maestro.

Socrate, scuola di Atene
Socrate alla scuola di Atene. Da cosa si capisce che è una scuola? Il primo barbuto a sinistra sta dando il cinque a un bidello che sta entrando; il soldato si sta ravanando sotto la tunica e l’impugnatura della spada è chiaramente un simbolo; il vecchio in rosso mette su la faccia di chi sta facendo lo sforzo di non addormentarsi e finge di seguire la lezione; il biancocrinito capellone e barbone è l’unico che ascolta; il biondino sta pensando ai cazzi suoi e probabilmente guarda una compagna (o magari un compagno) di classe.

Socrate – dunque ci chiedevamo se la virtù sia insegnabile

Didascalo – Giusto, e avevamo visto la posizione dei sofisti su questo argomento

Continua a leggere “La virtù è insegnabile”

7 febbraio 1966

Capisco che è agosto, che non ci si pensa, che ci sono le vacanze, ma quasi 50 anni fa (il 7 febbraio 1966, appunto), si pronunciavano queste parole:

Senator Robert Kennedy discusses school with y...

(…) abbiamo fatto funzionare le nostre scuole in base alla teoria secondo cui il sistema scolastico di per sé fosse buono; se un ragazzo falliva, era il ragazzo a sbagliare. E su questa base abbiamo etichettato i ragazzi che sono andati incontro all’insuccesso scolastico: li abbiamo definiti culturalmente svantaggiati, o ritardati, oppure pigri, o stupidi.
Ma i risultati di questo sistema sono che da un quarto a un terzo dei nostri giovani non raggiunge neanche i requisiti intellettivi minimi per le Forze Armate; che più della metà dei diplomati di molte delle nostre scuole superiori non sono preparati nemmeno per i lavori più rudimentali; che centinaia di migliaia di ragazzi si perdono per strada.

Non possiamo più permetterci questo spreco. Se i nostri attuali metodi educativi non riescono a fare di meglio, allora debbono essere cambiati per adattarsi agli studenti, così come i medici cambiano una terapia che non riesce a curare un malato. Dobbiamo guardare al fallimento di uno studente come al fallimento della scuola e al nostro fallimento. Dobbiamo ritenerci responsabili delle carenze dei nostri ragazzi.

Robert F. Kennedy, Sogno cose che non sono state mai, Einaudi, 2012. p. 19.

Sarebbe sufficiente la citazione, senza commenti miei. Continua a leggere “7 febbraio 1966”

Feedback per gli insegnanti

Ho concluso da poco l’ennesima esperienza da docente precario. Quest’anno lavoravo di sostegno, con studenti disabili, sia fisici che mentali. Non starò a dire che l’esperienza mi ha fatto crescere o tutte quelle cose buoniste, non sono parte di me. Sono tanto buono e paziente quanto lo ero prima, sono un docente tanto buono quanto lo ero prima e così via.  Continua a leggere “Feedback per gli insegnanti”