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A cosa servono le competenze

Girando su facebook trovo un link a un vecchio articolo di Balbi, abile divulgatore di astrofisica e scienze in generale, che solleva la questione delle competenze necessarie a svolgere un compito (compito -> competere -> competenze, un po’ di etimologie per far sbavare i continentali). Articolo rispolverato in chiave antigrillina, come si può capire dal tema e dalla posizione. Gli si fa notare, nei commenti, che è strano che un competente astrofisico si avventuri in campi in cui non è competente, perché suggerisce che gli incompetenti sono al potere ovunque, implicando in modo velato che è così anche in politica. Ma Balbi non è competente in politica. Oppure, se è competente lui, allora sono competenti tutti quelli che non hanno, come lui, studiato la politica ma qualcos’altro. Quindi il suo argomentare gli si rivolta contro, rendendo l’argomento invalido. Non è che basta essere laureati in astrofisica per poter discettare di politica e psicologia, altrimenti a cosa servono le altre lauree? Laureiamoci tutti in astrofisica e il mondo sarà perfetto e funzionante. Più probabilmente, la questione va affrontata da un diverso punto di partenza.

Raccontava, Balbi, dell’esperimento (io sarei già dell’idea che le cose di psicologia non si debbano chiamare esperimenti, ma – ehi, sono incompetente) di Dunning e Krueger in cui si scopre l’acqua calda, ovvero che più uno è incompetente, più sovrastima le proprie capacità e crede di poter risolvere IL problema, qualunque esso sia. Il dilettante allo sbaraglio. Che non si rende conto di andare allo sbaraglio. E anche quando arrivano i risultati, è convinto che siano migliori di quelli che ottiene una persona competente. Continua a leggere “A cosa servono le competenze”

Redistribuzione e unintended effects

Il diritto islamico ha tratti inaspettatamente moderni. E quando dico “inaspettatamente”, intendo che forse nemmeno gli estensori di questo diritto avevano in mente il possibile effetto di alcune regole. In particolare di una, che è anche uno dei cinque pilastri della fede maomettana: la zakât, che in genere viene tradotto con “elemosina” o anche “decima“.

Un musulmano ha l’obbligo di elargire parte delle proprie ricchezze a certe categorie di persone, qualificate sia nel Corano che negli aḥadīth:

Il versetto IX, 60 stabilisce: “Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per [la lotte sul] sentiero di Allah e per il viandante”. Secondo l’interpretazione prevalente, i bisognosi sarebbero i musulmani, mentre i poveri sono i cittadini non musulmani. “Quelli incaricati” si riferiscono a tutta l’amministrazione dello Stato. “Quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori” possono essere diverse categorie di soggetti: per esempio, neo-convertiti o i non musulmani utili alla causa islamica per la loro posizione politico-sociale o professionale.

(nota 17, p. 14 di questa dispensa breve e chiara)

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