Una sinistra sumera

Da troppo tempo leggo o sento discorsi sui motivi del fallimento della sinistra, italiana ma non solo. La causa prima viene individuata nell’incapacità della sinistra di rispondere alle nuove esigenze dei cittadini globali e digitali, interconnessi volenti o nolenti. Difficile trovare chiarite quali siano queste nuove esigenze, però; si rimane sul vago, sui problemi di immigrazione e lavoro (le keywords del “pensiero unico” all’italiana ormai) o su questioni sociali come redistribuzione di capacità (non citano le capabilities ma quello intendono, spesso senza neanche saperlo) o temi ambientali.

A forza di ripensarci su, mi sembra di poter dire che non sono d’accordo con i profeti che hanno la soluzione. Perché quella soluzione sarebbe correre dietro ai cambiamenti di Weltanshauung nella società. Si torna a vincere, dicono, se diamo ai cittadini le risposte che vogliono sentire. Detto fuori dai denti, anche la sinistra dovrebbe accorciare la prospettiva, realizzare misure circoscritte e immediate, trasmetterle attraverso slogan facili, digeribili da cittadini diminuiti cognitivamente.

L’altro grande errore è infatti accettare che il cittadino abbia ragione. Una tesi che fa parte di solito dell’armamentario del dittatorucolo della repubblica delle banane. Il cittadino ha ragione, non è colpa sua, è colpa di un capro espiatorio che il cittadino sarà felice di sacrificare in qualche strano rito. Il cittadino ha ragione, le cose vanno male. Ma cittadino, la colpa è di quelli che c’erano prima, è colpa dei negher, è colpa dei froci che non fanno figli. Cittadino, semplifica. Chiunque non sia “normale” è nemico, sta affossando la società e con essa i tuoi interessi.

La mia posizione è nota: il cittadino non ha bisogno di saper scegliere, perché il voto è solo espressione di una preferenza, e le preferenze possono anche tranquillamente mantenersi senza alcuna giustificazione (“il sushi è un abominio”). Ma sarebbe il caso che il cittadino non si fermasse al livello base; dovrebbe indagare su se stesso, sui chi elegge, sulla situazione generale. Su quali soluzioni si possono trovare.

Di conseguenza, non ho problemi a dirlo in modo esplicito: i cittadini sbagliano. I cittadini possono fare scelte stupide. Quelli che fanno scelte stupide non meritano di essere considerati razionali. Meritano un percorso di chiarificazione, in modo che capiscano l’errore. Il problema, per la società, è che questo percorso c’è già (la formazione scolastica) ma non funziona – e le cose sono destinate a peggiorare per una quantità di ragioni su cui non è il caso di dilungarsi qui. Di fatto, ci vanno anni per far capire “come votare”. E non sempre si arriva al successo. La scorciatoia è più semplice. La tradizione italiana è la miopia: il mio cortile, il mio campanile, il mio tempo, il mio portafoglio. Il mio candidato. Il mio tifo. Sradicare la perniciosa tendenza naturale, l’illusione identitaria, è un lavoro così complesso che chi ci riesce passa alla storia (che si chiami Buddha o Hume, per citarne un paio di pochi).

Le soluzioni-per-la-sinistra che suggeriscono di “seguire la corrente” (pun intended) sono una rinuncia, implicita o meno, al compito normativo che ogni teoria dovrebbe avere. Ci appiattiamo sul descrittivo: il mondo va così, quindi noi dobbiamo usare le parole di moda, usare Twitter in modo schizofrenico, pubblicare video su Facebook o Instagram per raccontare di come puzza quando scoreggiamo sotto le lenzuola, perché se tanto il nostro rappresentante all’UNESCO è Lino Banfi allora vale tutto. Nessuno se ne ricorderà, domani, perché avremo un nuovo twit in cui perculiamo senza argomenti un avversario a caso, e il pubblico non ha più le capacità cognitive per distinguere la cioccolata dagli escrementi. Le soluzioni-per-la-sinistra sono di questo genere: corri dietro al trend.

Ma, come si diceva, la vera soluzione è di tipo normativo. Bisogna avere ben chiara l’idea di mondo che vogliamo, e lavorare per convincere che è l’idea giusta. Il normativo è aperto alla discussione, e – in linea di massima – va al di là del descrittivo attuale. Lo fa già a livello grammaticale e semantico: per il descrittivo usiamo “is” mentre per il normativo usiamo “ought” (ed è veramente complicato far derivare un ought da un is), e questo dovrebbe perlomeno metterci sull’avviso. Ma siamo distratti dal bombardamento di novità e non ce ne accorgiamo. O meglio: qualcuno se ne accorge, altri no. Gli altri in questione sono il target ideale, quelli a cui si rivolge chiunque voglia seminare “nuove soluzioni per nuovi problemi”.

Ma ci sono veramente nuovi problemi?

2000 anni fa a Roma si usavano le strisce pedonali per attraversare la strada. Noi, per attraversare le nuove strade, usiamo le strisce pedonali. Esistevano vaste aree “globalizzate” da migliaia di anni prima di Marco Polo. Istruzione e salute erano i temi del dibattito confuciano nel VI secolo a.C. L’immigrazione era all’ordine del giorno per l’impero romano, per quello cinese, per i regni indiani, per le civiltà precolombiane – ma probabilmente per i Neanderthal già.

Non esistono nuovi problemi. Le esigenze umane sono sempre le stesse, nonostante il marketing – anche politico – voglia convincervi del contrario (è l’unico modo che ha di sopravvivere: mentirvi). Di conseguenza non esistono nuove soluzioni. Di conseguenza, ancora, rinunciare alla proposta “di sinistra” tradizionale è un errore, non una soluzione. I temi centrali sono sempre gli stessi: eguaglianza, benessere per tutti, redistribuzione, cultura, apertura. Quelli che vengono etichettati come “problemi nuovi” in realtà hanno già una soluzione: la teoria normativa che vuole modellare il futuro. NON la “teoria” descrittiva che vuole gestire il presente.

Cercare di riportare in auge la sinistra rinunciando allo sforzo di normare il futuro significa in realtà trasformare la sinistra in destra. Per un principio di contraddizione pratica, allora, le soluzioni-per-la-sinistra non parlano alla sinistra, ma a chi si lascia ingannare e scende al livello dei miopi accaparratori egoisti destrorsi. Come dicono gli statunitensi, se è bianco con le zampe arancioni e fa “quack!” allora è una papera. Se è presentista, twitta invece di argomentare, e segue la corrente perché è ossessionata dal vincere, allora è…

3 pensieri su “Una sinistra sumera

  1. Sono sostanzialmente d’accordo, anche se aggiungerei il fatto che, fatto salvo che – più o meno – le esigenze umane sono una costante nella storia, di diverso c’è la modalità riproduttiva con la quale soddisfarle, in poche parole: il sistema economico e produttivo capitalista, mosso da un principio interno assai irrazionale.
    Inoltre, per questione (enorme, va da sé) dell’«identità», mi permetto di aggiungere, a margine, un interessante articolo che ho scovato in questi giorni.
    https://francosenia.blogspot.com/2019/06/le-maschere-del-grande-nulla.html
    Dimenticavo: ben tornato.

  2. Beh. Ci mancavi, ma sinceramente trovo poco spendibile quanto riferito. Usare il criterio della “stupidità” come selezione implica meccanismi che portano verso forme comunque “dittatoriali”. Io ho sempre preferito riferirmi ad un concetto che mi sembra più saldo. La democrazia vive nel rispetto delle minoranze. Questo non significa, per intenderci, la creazione di riserve dove le minoranze possano esercitare dei diritti diversi, ma mantenere metodi e leggi che non penalizzino chi “maggioranza non è” (per parafrasare il mitico Stefano Benni di “siate maggioranza”). La nostra costituzione prevedeva alcuni elementi e non perderei tempo nell’indicare i vari colpevoli che non ne hanno attuato o rovesciato i principi.

  3. non c’è bisogno di togliere niente a nessuno. Se clicchi il link rimanda al post (di 5 anni fa) in cui spiegavo appunto che il diritto di voto appartiene anche a chi è stupido, nonostante faccia scelte stupide.
    Detto questo, saremmo stupidi se non immaginassimo almeno un mondo in cui si faccia qualcosa per ridurre la stupidità, visto che le strategie studiate per contenere i danni della stupidità (ma non la stupidità) si sono rivelate insufficienti. O magari erano sufficienti in determinate condizioni ma dai e dai alla fine la diga è crollata.
    Non è sufficiente tutelare le minoranze: alcune minoranze distruggono la struttura – paradosso della tolleranza (tra Locke e Popper insomma). I più pericolosi sono i fanatici dell’identità: “io sono questo E NON QUELLO”. Io non sono questo né quello. Evitando di cadere nella banalità sociologica degli ignoranti (la “fluidità”).
    Quello che intendevo con il post è che una politica fatta “come si deve” non è una descrizione di come stanno le cose: quella è amministrazione al massimo. La politica è pienamente normativa nel senso che immagina come dovrebbe essere il mondo. La sinistra che si appiattisse sull’amministrazione pur di vincere le elezioni rinunzierebbe (metto la z in un impeto fusariano) alla politica, al grande progetto, al sogno, chiamiamolo come ci pare. Se è un gruppo, una tendenza politica nata proprio per immaginare quel mondo migliore, perché adesso vuole rinunciare?

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