Il maestro del Maestro

Confucio

Confucio

Studiando Confucio, mi sono chiesto: chi era il maestro del Maestro?
Confucio è l’insegnante per eccellenza. A lui si ispira l’intera cultura cinese degli ultimi 25 secoli, anche quando lo fa in contrapposizione (nel daoismo come nel maoismo). Una serie di discepoli fonda poi altre scuole e la tradizione viene tramandata e la trasmissione del sapere è il perno centrale della versione confuciana del ruismo (Lunyu, 7.1 ).
Quindi qualcuno gli ha insegnato.
Certo qualcuno gli ha insegnato a leggere e scrivere. Ma per il resto?

Gongsun Chao di Wèi domandò a Zigòng: “Da chi ha studiato Confucio?”. Zigòng rispose: “Gli insegnamenti del re Wén e del re Wu non sono andati persi e sussistono tra la gente. I saggi mantengono memoria dei loro grandi princìpi, i non saggi mantengono memoria dei princìpi secondari, ma nessuno rimane escluso dagli insegnamenti di Wén e di Wu. Chi c’era da cui il maestro non traesse il proprio sapere? Che bisogno avrebbe avuto di un precettore?”

(Lunyu, 19.22 – ma qui uso la traduzione italiana di L. Maggio, Analecta, Bompiani, 2016)

Il Maestro è autodidatta. Ha imparato da tutti.
Ma non è una cosa strana: la teoria confuciana del sapere è proprio fondata sul lavoro su se stessi aumentando le proprie conoscenze. Il passaggio dal nostro xing “naturale” (istinto? modo di essere? natura?) a rén (senso di umanità; altruismo; empatia; io tradurrei con “capacità di trattare le persone con giustizia retributiva”) è avvenuto ai tempi dei re Wén e Wu (padre e figlio, iniziatori della dinastia Zhou) proprio perché molti saggi avevano accumulato tentativi ed errori e avevano selezionato le risposte-azioni migliori. In seguito si sarebbe dovuto semplicemente tramandare quelle soluzioni (sotto la forma di riti, in modo da apprenderle quasi automaticamente, senza doverci ragionare), ma la decadenza dinastica aveva portato con sé la decadenza dei riti e Confucio ha dovuto rimettersi a scavare, rimettere assieme i cocci dissepolti e ricostruire il sapere – e lo ha fatto, ha canonizzato i testi che noi conosciamo come classici della cultura cinese.

Se il Maestro è autodidatta significa che è lecito per chi viene dopo di lui essere autodidatta o “creativo”?
No.
Ma proprio per niente (Lunyu, 2.16).
Confucio ci ha ridato il sapere, dobbiamo comportarci così e punto. Se non lo facciamo, il rischio è la fine della civiltà. L’esistenza della civiltà dipende dal controllo che sappiamo esercitare e dall’adattamento che sappiamo realizzare. Quei riti sono formule codificate che garantiscono l’esistenza della civiltà.
Di passaggio sono anche un collegamento con il Cielo, ma in realtà la religiosità di Confucio non è così importante. Il Cielo non interviene mai nelle cose umane, è semplicemente un esempio di ordine inteso come armonia (da questo l’interesse per la musica) o, direi io, come coordinazione (pensiamo ai moti dei pianeti).

Dobbiamo pensare che allora sia tutto cristallizzato, fissato e impossibile da modificare?
Neanche questo.
La dottrina del giusto mezzo prevede una verifica continua della funzionalità del rito. Nel momento in cui cambiassero le condizioni, sarebbe saggio cambiare i riti in modo da ottenere lo stesso fine, salvaguardare la civiltà.
Ma per farlo bisogna comunque accumulare conoscenze, studiare. Non si può inventare a casaccio, nessuno nasce imparato:

Studiare e non meditare è inutile; meditare e non studiare è pericoloso

(Lunyu, 2.15)

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