Il paradosso dell’intelligenza

Per quale motivo, si chiedono gli economisti del WEF, registriamo una differenza così grande nel rapporto intelligenza-reddito se la misuriamo a livello individuale e a livello collettivo/nazionale?

I dati sono chiarissimi: un incremento di QI di 1 punto produce in media un aumento di reddito dell’1%. Che significa: se Tizio ha un QI di 100 e Caio di 101, allora Caio (probabilmente) ha un reddito che è l’1% maggiore di quello di Tizio.

Ma se l’incremento di QI è diffuso nella popolazione, succede qualcosa di meglio: se il QI della popolazione aumenta di 1 punto, il reddito medio aumenta del 6%. Altro esempio: a Casadeldiavolo il QI medio degli abitanti è di 100 punti, mentre a Bottadiculo è di 101 – vedremo che il reddito medio di Bottadiculo è del 6% maggiore di quello di Casadeldiavolo.

Come mai? Come mai l’aumento è così sproporzionato? Si fanno varie ipotesi:

  • una maggiore intelligenza produce maggiore pazienza. Il carattere del capitalismo classico è il saper posporre la soddisfazione immediata di un bisogno per ottenere una gratificazione maggiore più avanti nel tempo – almeno così dicono i classici, da Smith a Weber. Saper valutare che la soddisfazione immediata produce un valore minore di una gratificazione futura richiede la capacità di valutare, comparare, decidere, sapersi imporre sacrifici, e quindi una maggiore intelligenza (prendiamola per buona così, non abbiamo definito in che senso interpretare “intelligenza”)
  • una maggiore intelligenza produce comportamenti pro-sociali più diffusi. E la pro-socialità è un bene per il reddito, perché innesca un circolo virtuoso in cui invece di prenderci a sassate ci scambiamo beni e ne produciamo di più.

Sono ipotesi. Non sono neanche campate in aria. Proviamo a immaginare una nazione dove pochi intelligenti sono sparpagliati in mezzo a tanti ignoranti. Io riesco a immaginarla solo come una società conflittuale, dove la gente normale non guarda al di là del proprio interesse immediato, del proprio tornaconto, anche a costo di danneggiare gli altri. Una società cieca, che non sa prevedere l’autodistruzione.

Invece una società dove l’intelligenza è più diffusa sembra una in cui la ricerca della “pace” ha più probabilità di attecchire. Se molti, se la maggioranza, sono capaci di prevedere che il conflitto porta l’autodistruzione, saranno in molti a decidere di contenere le spinte anti-sociali e di favorire quelle pro-sociali.

Facendo una storia a spanne: in Europa siamo rimasti senza conflitti dal 1945 (le guerre nei Balcani non vengono conteggiate perché non facevano parte dell’Europa politica), dopo averne avuti da sempre. Cosa è successo? Investimenti. Crescita. E scolarizzazione diffusa.

Fino alla Seconda guerra mondiale la scolarizzazione di massa raggiungeva le scuole elementari, e in alcuni casi già si era trattato di uno sforzo organizzativo recente, imposto dopo le unificazioni di fine ‘800 (Italia, Germania). L’obbligo era già superiore, ma di fatto era comune tra i ceti popolari la necessità di iniziare a lavorare, accorciando il periodo dell’istruzione generale. Dal 1945 in poi si sono susseguite leggi che realizzavano – o almeno ci provavano – un obbligo scolastico prolungato, e in Costituzione nel 1948 si prevedevano 8 anni di istruzione, pubblica e per tutti. In realtà solo dai primi anni ’60, con le riforme che eliminano il “doppio canale” delle scuole medie (una parte indirizzati a ulteriori studi, una parte all’Avviamento al lavoro: la composizione “classista” di queste classi era evidente), l’innalzamento dell’obbligo scolastico produce frutti in Italia, e infatti sono gli anni del boom.

La faccio breve: la complessità del mondo è aumentata. Oggi l’istruzione di base non è sufficiente. I Paesi più avanzati sono quelli con una percentuale di laureati maggiore. Se una correlazione non implica una causazione, rimane il fatto che un principio di prudenza dovrebbe farci riflettere sulla presenza di quei due fenomeni contemporaneamente. Un maggiore livello di istruzione, diffuso in tutta la popolazione, potrebbe produrre il rilancio dell’economia.

Se manca l’istruzione infatti il panorama lavorativo che rimane è desolante: quali tipi di lavori sono quelli che producono maggior valore oggi? Quelli che richiedono un maggior livello di istruzione. Riduciamo il livello di istruzione e di conseguenza riduciamo anche le capacità lavorative della popolazione. Rimarranno solo lavori che producono poco valore. Ecco, in parole semplici, il collegamento tra aumento dell’intelligenza nella popolazione e aumento “moltiplicato” del reddito.

(E adesso facciamoci le domande fatali: come stanno trattando l’istruzione i nostri governi? Quali saranno le conseguenze di una riduzione dell’intelligenza, non solo sul reddito ma anche sulle condizioni sociali e sulla conflittualità interna ed esterna?)

(per le risposte basta guardarsi attorno)

 

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