L’idealismo del non idealismo

La lettura di un post interessante su un blog mi permette di fare due cose:

  1. segnalare ai miei quattro lettori il blog interessante, darioberti (che è l’autore)
  2. parlare della teoria delle idee di Berkeley vs l’idealismo post-kantiano

Prendendo spunto dall’interpretazione di Gentile di quanto dice Berkeley, si può iniziare un percorso di correzione utile ai colleghi di palestra che incontro e che sono convinti che Berkeley sia un idealista nello stesso senso in cui lo sono Hegel, Gentile e altra gente brutta. Non è così.

Un idealista post-kantiano vede il mondo come un oggetto, che fa parte della conoscenza di un soggetto, e un soggetto conosce idee, ergo il mondo-oggetto è un’idea o un insieme di idee. Qui starebbe la somiglianza con la teoria di Berkeley. Ma c’è un motivo per cui questa teoria del vescovo irlandese si chiama immaterialismo e quella di un Hegel no: per Berkeley non esiste la materia. Il mondo degli idealisti invece è un mondo materiale, perché la materia è la stazione antitetica allo Spirito che per realizzarsi ha bisogno di conoscersi e quindi di produrre qualcosa di altro-da-sé, un non-Io fichtiano, che in quanto totalmente altro (perché l’oggetto non può coincidere con il soggetto, altrimenti il soggetto diventa qualcosa di passivo, mentre è per definizione attivo) è non-Spirito, cioè materia.

Berkeley invece crede che tutto quello che percepiamo sono idee, e non esiste altro che idee come oggetti di percezione. La materia è inconcepibile, per lui. Non possiamo farci un’idea di materia, come idea astratta, perché ogni volta che proviamo a pensarla siamo costretti a utilizzare alcune specificazioni, che possono essere l’estensione, la forma, o altre qualità secondarie come il colore, la temperatura… e così via. Quindi in realtà noi percepiamo quelle qualità, non il sostrato. Ritiene quindi che non ci sia bisogno di ipotizzare un sostrato, un sostegno per queste idee, che stanno su da sole. Noi percepiamo non la materia, ma l’estensione di un particolare oggetto, il colore di un altro, eccetera. Se non percepiamo la materia, è perché non c’è.

Rimarrebbe la somiglianza sul piano gnoseologico: Berkeley dice che conosciamo idee, gli idealisti che conosciamo l’Idea per mezzo di idee visto che siamo Idea anche noi. Da come ho formulato la frase, però, noterete subito che la somiglianza è solo questione di scelte lessicali.

Su Berkeley si sono scritte centinaia di pagine, migliaia, riguardanti le sue scelte lessicali: lui parla di idee come sinonimo di nozioni, poi differenzia le idee dalle nozioni, poi si, poi no, insomma non è analitico fino in fondo. Peraltro è convinto che le questioni riguardanti il linguaggio siano di lana caprina (Trattato sui principi della conoscenza umana, §122), e si premura di ripetere in più punti delle sue opere che intende riabilitare le conoscenze del senso comune, compreso il linguaggio comune. Ma questo è un inciso, torniamo al pezzo principale: noi conosciamo idee, quindi esistono solo idee.

Sembra una confusione tra piano gnoseologico e piano ontologico. Ma non è una confusione. Berkeley da una parte vuole esattamente quello: esaminiamo – come fanno tutti, in quel periodo in Inghilterra e Scozia – quello che possiamo conoscere, per scoprire come è fatto davvero il mondo. Berkeley porta all’estremo questa posizione, appoggiandosi alla sua fede cristiana: tutto quello che conosco esiste, e non esiste altro, perché Dio non potrebbe ingannarmi (muori Cartesio e tutti i tuoi demoni) e mi ha dato tutti gli strumenti per leggere tutto il mondo che ha creato.

Dall’altra parte, il piano ontologico viene notevolmente ridotto. Ancora una volta, si tratta del punto d’arrivo estremo di una dottrina già circolante, l’occasionalismo: secondo autori come Malebranche o Geulincx la creazione non è terminata, ma sta continuando, e a ogni momento è Dio a mantenere in essere il mondo. Che poi è quanto affermava Tommaso d’Aquino. La cosa curiosa è che a Berkeley l’occasionalismo non piace troppo, ma la usa come arma nel dibattito per rispondere a chi trova ridicola la necessità dell’intervento continuo di creazione:

Ancora: a qualcuno potrà sembrare incredibile che le cose debbano essere create ad ogni istante; eppure questa dottrina viene insegnata comunemente nelle Scuole. Benché, infatti, gli Scolastici ammettano l’esistenza della materia, sostenendo che essa costituisce l’intera fabbrica del mondo, sono tuttavia dell’opinione che tale materia non possa sussistere senza la conservazione divina, che viene presentata come una creazione continua

(Berkeley, Trattato sui principi della conoscenza umana, §46)

La creazione continua è l’argomento che Berkeley usa contro chi ritiene ridicola la sua teoria dell’esse est percipi, che condurrebbe all’esistenza solo di ciò che è percepito e solo nel momento in cui è percepito. Ne ha bisogno, quindi si trasforma in occasionalista: non è vero che le cose si annichiliscono nel momento in cui non le percepisco, perché le percepiscono altri, e anche se non le percepisce nessuno sono pur sempre nella mente di Dio, quindi continuano a esistere.

Proprio qui si trova l’altra grande differenza rispetto agli idealisti tedeschi, francesi e italiani: per Berkeley soggetto e oggetto della conoscenza sono ben distinti. Non fanno parte della stessa Idea, dello stesso Spirito che si realizza (o reifica?). Una cosa sono i soggetti percipienti, una cosa sono gli oggetti percepiti: i primi li chiama spiriti, i secondi idee. Gli spiriti conoscono idee, e solo idee, perché il presupposto gnoseologico è lo stesso degli empiristi, appunto.

Sorge immediata una domanda: se gli spiriti conoscono solo idee, come fa Berkeley a sapere che esistono altri spiriti? Per esempio Dio?

Non è una cosa da poco. Lo spirito è soggetto, non oggetto. Non può essere definito, descritto. Non ha qualità, né primarie né secondarie. Non posso avere un’idea di uno spirito. Quindi come faccio a dire che esiste?

Perché gli oggetti non sono attivi. Quando conosco un oggetto sono io spirito che mi attivo, lo apprendo. L’oggetto è passivo. Ora: tra le mie conoscenze, ce ne sono anche alcune riguardanti certe azioni e passioni. Quindi da qualche parte ci deve essere qualche centro di attività. In modo indiretto, conosco la presenza di altri spiriti. E tra tutti gli spiriti, anche Dio, che produce tutta l’attività del mondo. Su questo punto Berkeley non si dilunga molto, ma possiamo tranquillamente adottare tutte le “dimostrazioni” scolastiche dell’esistenza di Dio e non gli (a Berkeley) faremo torto.

Una conseguenza curiosa e importante di questa impostazione è che non conosciamo mai le cose in sé, ma i segni delle cose. Facciamo un altro passo: le cose non esistono, abbiamo visto. Quindi esistono solo i segni. Da dove arrivano se le cose non esistono? Da dove arrivano se le cose, anche se esistessero, sarebbero solo passive? Arrivano da altri spiriti. Ci servono per agire, perché ci suggeriscono che accadrà un certo evento. Per esempio vedere un sasso che si muove verso di noi ci suggerisce che presto proveremo una sensazione di dolore.

Perché? Abbiamo ben visto che gli oggetti sono passivi, non attivi, non provocano sensazioni. Ma ci sono altri spiriti che ce le provocano. Dio mette in noi spiriti la sensazione del dolore corrispondente a una sassata in fronte. Non la percepiamo perché siamo parte del Tutto, ma perché uno spirito potente ce l’ha messa in mente. Non è una differenza di poco conto.

Peraltro, mi stupisce ancora come abbia potuto Berkeley sfuggire alla dannazione ecclesiale, dal momento che questo apre a grossi problemi di teodicea. Se è Dio a darci la sensazione del dolore, è lui il responsabile del male nel mondo. Ma questo va fuori tema. Il tema è che Berkeley non è un idealista nel senso che ha il termine riferito a quella gente brutta che scrive male di prima (Hegel e compagnia cantante, quelli che secondo me nemmeno sono filosofia ma brutta para-letteratura scritta male), ma è un occasionalista estremo che coerentemente arriva all’immaterialismo e meno coerentemente scarta il solipsismo o dottrine che somiglierebbero a quella buddhista.

Ovvero: la confusione tra piano ontologico e piano gnoseologico la ritroviamo se interpretiamo Berkeley alla luce di autori successivi, perché per lui non c’è l’eguaglianza tra cose e idee, visto che le cose non esistono. E in questo è molto diverso dagli idealisti.

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