La scuola giusta, non quella “buona”

Da parecchio vado rimuginando la questione della “buonascuola” di marca renziana. In primo luogo perché mi coinvolge direttamente, e in modo peggiorativo. Ma non sono l’unico, perché pare che la grande maggioranza dei docenti, compresi quelli già di ruolo, subiranno un peggioramento in qualche modo (scatti per la pensione, qualità del lavoro…). Quindi non mi addentro nei problemi miei specifici (a parte ricordare che un/a inutile che all’ultimo concorso ha risposto Nietzsche alla domanda sulla linguistic turn avrà il ruolo, sempre che non fosse già tra i vincitori).

In secondo luogo perché presenta un’interessante questione per un filosofo meta-etico: il progetto è proprio intitolato “La buona scuola”. Buona. Se si usa il termine “buono” l’eticista che ha studiato anche meta-etica sente suonare un campanello d’allarme. Perché non è un termine neutro, e non è un termine semplicemente descrittivo. E sicuramente chi ha inventato lo slogan non lo intende in senso neutro: ha bisogno di far passare l’idea menzognera che questo governo sta finalmente facendo qualcosa di buono, mentre tutti gli altri non hanno mai fatto niente o hanno creato danni.

Di recente una preside di una scuola anconetana si è esposta a favore del progetto, affermando che i docenti che non fanno domanda perché non vogliono subire trasferimenti di migliaia di km potenziali sono in realtà una zavorra (non l’ha detto esplicitamente) di cui ci si libera per selezione naturale (questo sì, l’ha detto) che fa emergere i più motivati.

Quella preside non è nuova a uscite a muzzo a favore di Renzi, e non è nuova nemmeno alle cronache visto il disinvolto uso dei fondi di Istituto (pagare il marito per rifare il sito della scuola, o il marito di una prof per controllare i server, cose così, soldi pubblici). Ma a parte la questione morale in senso berlingueriano, questa uscita a muzzo consolida il pensiero che m’ero fatto sulla buonascuola. Un pensiero che riguarda proprio la base filosofica del progetto. E sono stupito anche io che esista una base filosofica a quel progetto (o a qualsiasi altro di Renzi)(degli altri non parlo per due motivi: non stanno governando; non sparo sulla croce rossa). C’è una base filosofica naïf, se vogliamo dirla così, ovvero non ragionata, non argomentata, semplicemente appresa, accettata, usata a fini politici.

L’idea del buono ha questa pecca: è sempre buono in un modo particolare, buono per me, buono per noi, e diventa normativamente un buono per tutti ma in un senso traviato in cui gli altri vengono sottoposti al diktat morale e se non si adattano sono chiaramente cattivi. Chi si arroga la posizione di buono getta dall’altro lato tutti gli altri che non gli piacciono. E il dibattito è finito: se io sono il buono, chiunque la pensi diversamente è cattivo e quindi non va ascoltato né sostenuto. Va combattuto.

Fateci caso che è proprio così che si comporta Renzi: non ascolta. E in diversi proclami accusa, e promette sconfitta agli oppositori cattivi. Aver scelto di chiamare buona la scuola che progetta lui è definitivo perché dal buono non si può derogare, va compiuto in pieno. Lo diceva già Seneca: non conta quanto grande sia la deviazione dal retto cammino, anche se è millimetrica è pur sempre una colpa, un male tanto quanto una deviazione kilometrica. I vari fanatismi religiosi sono d’accordo, in teoria – anche se poi in pratica concedono il perdono eccetera, non mi dilungo che non è questo il tema.

Ipotizziamo che Renzi dice «io sono il Buono», e gli risponde Salcazzo «no, Il Buono sono io»: come facciamo a decidere chi ha ragione? Se rimaniamo nel discorso vincolato al termine “buono” faremo una fatica immonda, per non dire che non ci riusciremo. Leggetevi gli emotivisti di inizio Novecento. Si può ricorrere a un trucco, come fece Geach spiegando che il termine “buono” ha una valenza attributiva anche nel discorso morale, come ce l’ha in quello quotidiano: quando dico che ho un buon coltello, non intendo certo affermare che è un coltello che si rifiuterebbe – obiezione di coscienza – di spanzare gente, ma che è un coltello che compie in modo egregio il suo compito. E posso misurare la bontà su una scala anche approssimativa, da “ci spalmo la Nutella” a “ci apro i draghi”: quanto più si avvicina al massimo, tanto più è buono. Ecco: secondo Geach (e secondo anche Philippa Foot) si può considerare un uso di questo genere anche nel discorso morale.

Il problema del trucchetto è che ci serve una scala graduata, e quindi ci servono non solo un’unità di misura, ma anche un massimo e un minimo. Quindi ricadiamo nel problema di dover definire cosa sia massimamente buono, perché di nuovo riparte il dialogo tra Renzi e Salcazzo che fa impallidire Simplicio e Salviati.

Ora: abbiamo visto che definire “buona” la scuola progettata ha il problema della risposta alla domanda «Cosa significa “buona”?». Ma esiste anche una difficoltà più grande, ovvero la domanda «Buona per chi?». Se è buona, deve produrre benefici. Identifichiamo allora i beneficiari. Chiaramente non sono i docenti, soprattutto quelli che hanno rispettato le richieste dello Stato, si sono inseriti in graduatoria, hanno ottenuto abilitazioni, hanno sostenuto la scuola con le loro supplenze e adesso si prendono una fregatura gigantesca (il piano è evidente: per rispondere alla sentenza europea che impone di assumere i precari di lungo termine, il governo li trasforma da precari a disoccupati, così non ci sono tutele che tengano. Questo è nominalismo, no?). Ma in realtà non dovrebbero nemmeno essere loro, i beneficiari. La scuola non è fatta per i docenti. Per quale motivo abbiamo le scuole? Perché chi le ha inventate le ha volute?

La scuola serve per trasmettere le conoscenze alle nuove generazioni. Questo è il livello minimo. Se va sotto questa soglia, la scuola è inutile e fa perdere tempo a tutti.

In più, la scuola dovrebbe preparare le nuove generazioni all’inserimento nel “mondo degli adulti”. Se la complessità aumenta, serve una preparazione più lunga prima di inserirsi, perché sono necessarie capacità superiori. Non serve solo avere una maggiore quantità di informazioni, ma serve saperle usare (selezionare, ricombinare) e serve saperne ricercare di nuove.

Diciamo, allora, come ipotesi momentanea, che la scuola è buona se beneficia gli studenti in almeno il primo di questi requisiti: trasmette le conoscenze disponibili nella società. Ed è più buona (c’è una scala) se beneficia gli studenti anche nel secondo modo, allenandoli a usare le conoscenze.

Come si fa a ottenere questo risultato?

Non vedo alternative: con dei buoni (…) docenti. Persone preparate nella loro disciplina e motivate a insegnarla. E siamo ancora nel regno del “buono”! Pazientate ancora un momento e ne usciremo perché è insufficiente o addirittura dannoso. Ricordate l’affermazione della preside anconetana sul fatto che la buonascuola, obbligando i futuri insegnanti a emigrare, ha una ricaduta positiva nel fatto che così seleziona i più motivati? Quella preside parla di selezione naturale, ed è già strano che parli di selezione per merito (“meriti di sopravvivere”) chi invece applica le principali qualità dell’identità italiana, ovvero il familismo e probabilmente la corruzione (quantomeno morale). Ma il punto è proprio che al di sotto di tutto esiste quella base filosofica naïf di cui parlavo: il lavoro di insegnante è visto come una missione, caratterizzato dalla motivazione come elemento principale.

Ma per quale motivo così tanti docenti non hanno presentato la domanda di assunzione? Perché vogliono il lavoro sotto casa? I dati dicono che il docente medio italiano è donna (circa l’80% del totale dei docenti) e over 50. In genere, quindi, è madre, ha dei figli, una famiglia. In teoria anche il marito lavora, visto che lo stipendio da prof non basta a mantenere una famiglia. Non è difficile capire che non hanno presentato domanda perché il payoff tra perdere uno stipendio da docente e perdere uno stipendio del marito + dover traslocare tutti è sbilanciato. Rimane una scelta difficile da un punto di vista esistenziale, ma da un punto di vista economico è solo una trappola preparata dal governo, non si sa quanto consapevolmente (vuoi che il MIUR non sia al corrente della demografia del corpo docente?).

Data questa situazione, assume ancora maggior pregnanza la posizione morale basata sul buono e sul valore missionario dell’insegnamento. Non sono disgiunte: solo chi crede nel buono fa il missionario e si sacrifica. Si tratta del problemone dei moral saints, che però non esistono e se esistessero davvero sarebbero pericolosi integralisti fanatici.

La sistemazione di questi santi che si sacrificano emigrando per la scuola è chiara: faranno i tappabuchi. Non lavoreranno sulla materia che hanno studiato e in cui si sono laureati (e formati in continuazione). Finiranno nell’organico di potenziamento, e verranno piazzati a coprire supplenze brevi, sostegno, cose di questo genere. Leggete l’intervista alla preside anconetana, le rivolgono proprio questa domanda, e risponde come rispondono i renziani: giri di parole che non nascondono la verità, cioè che anche lei li userà come tappabuchi. Quale motivazione potranno avere questi ultramotivati che si sono sacrificati sull’altare della buona scuola? E se non hanno motivazione, quale ricaduta colpirà gli studenti? La professione del docente è una di quelle a maggior rischio burn-out, crollo nervoso. Aggiungere fattori che aumentano questa probabilità ha poco di buono. Quindi in sostanza il progetto stesso è un fallimento in partenza.

Ma c’è un motivo più grave, più fondamentale per cui il progetto produrrà più danno che altro. Ritorniamo alla domanda «Buona per chi?», e chiudiamo il discorso sul fatto che non sarà buona, ovvero non produrrà benefici, perché mette gli operatori in condizioni di non produrne. Uno degli elementi criticati dell’impostazione dirigista autoritaria (in una parola, renziana, che può stare per arrogante, prepotente, ganassa) è il fatto che la scelta dei docenti viene tolta dal meccanismo virtualmente neutrale di graduatorie e concorsi (basati sul fabbisogno reale): se ciascun dirigente può scegliere la sua squadra di lavoro, alcune scuole con minore appeal riceveranno meno candidature, e si innescherà un circolo vizioso che porterà quelle scuole a fornire un servizio sempre peggiore. Quelle scuole, guarda caso, saranno in genere quelle in zone disagiate, e in questo modo la divisione tra chi riceve una buona (…) preparazione e chi ne riceve una insufficiente si ripercuoterà nel mondo del lavoro e delle opportunità. Una specie di didactical divide, o trovate un nome più bello. In pratica, i poveri e in condizioni disagiate vedranno peggiorare la loro situazione.

Se questo è già un male di per sé (chiamala intuizionismo o gut feeling), lo è in misura maggiore se pensiamo a cosa dovrebbe fare in teoria la scuola: dovrebbe fornire gli strumenti per partecipare alla vita sociale. Dovrebbe fornirli a tutti, questo è il senso di avere una scuola pubblica: ridurre gli svantaggi di nascita e offrire a tutti l’opportunità di costruirsi una vita migliore.

E allora facciamo attenzione: questo progetto è su un piano di giustizia, non su un piano di bontà. La storia delle democrazie liberali è fortemente allacciata alla prevalenza del giusto sul buono. Perché il giusto è un concetto formale, vuoto (Kant e le accuse a Kant da parte dei reazionari Hegel e discepoli), universale. Risponde a criteri di razionalità che badano alla forma dell’affermazione morale, non al contenuto: giusto è qualcosa che non produce contraddizioni logiche o pratiche. Permette il discorso. Permette la convivenza e il pluralismo. A differenza di buono che crea divisioni tra chi ha il diritto e chi no.

Per questo ho sempre ritenuto che il progetto di buonascuola fosse un errore fin dall’inizio: non serve una scuola buona, ma una scuola giusta. E stanno riducendo le possibilità di averla.

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