Un’utile lezione

Ho commesso un errore. Uno dei tanti. Ma questo in particolare produce poco danno e permette di trarre una lezione utile e un post per il blog: ho comprato Focus con allegato il libro di Massimo Polidoro Straordinari misteri della storia. Insomma, non so cosa leggere, pensavo “mah, dai, una cosa leggerina, estiva, facile“. E infatti fin dalla prima pagina è un trionfo di faciloneria.

Non avevo mai letto niente di Polidoro, noto per essere la penna del Cicap, con la fama di serio giornalista scientifico e smontatore di miti. Sul suo sito non dice quale tipo di studi abbia fatto, a parte l’apprendistato con un illusionista negli USA (è strano che uno “scienziato” nasconda i suoi studi). Forse è per questo che nella sua introduzione al libercolo di cui parlo si notano le lacune su cui voglio soffermarmi, per spiegare quale lezione sia utile nel titolo. E allora leggiamo:

Perché l’ignoto ci affascina? Perché siamo così attratti da ciò che non conosciamo? Albert Einstein disse una volta che l’esperienza più bella che si possa vivere è il mistero, culla dell’arte e della scienza

(Polidoro, Straordinari misteri della storia, p. 5)(sono proprio le prime parole del libro)

Einstein? Beh, è uno scienziato. Quindi solo lui può aver detto cose degne di attenzione, no?

No.

Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo.

(Aristotele, Metafisica, A, 982b)

Perché non citare Aristotele, che per primo ha descritto la condizione che poi Einstein ha trovato di nuovo? Il passo aristotelico sulla meraviglia è famoso, ma immagino che Aristotele sia cassato dalla lista degli studi di uno “scienziato” perché Aristotele = Chiesa = nemico. In più è anche un filosofo, uno che fuffa, diamine. Io definirei questa “ignoranza” e “integralismo”, pecche da cui la scienza non è esente, ma andiamo avanti che poi ci torno.

Poche righe più avanti, Polidoro afferma:

Certo, la scienza, non sempre può darci le risposte che vorremmo, non ci può dire cosa ci accadrà domani, qual è il senso della vita o che cosa succederà dopo la nostra morte. A simili domande cercano di dare risposte più o meno confortanti la filosofia e le religioni. Tuttavia, si tratta di risposte che si basano per lo più sul ragionamento soggettivo e che rifuggono le evidenze logico-empiriche per quanto si afferma

Non so nemmeno da dove iniziare. Seguo l’ordine della frase, per comodità:

  • la scienza non ci può dire cosa accadrà domani? Ma se si basa esattamente sulla costanza delle leggi di natura! Se non intervengono eventi sconvolgenti, domani funzionerà come oggi
  • equiparare filosofia e religioni è una mossa ingiustificabile, e infatti non c’è traccia di giustificazioni
  • la filosofia non è un ragionamento soggettivo: in filosofia riteniamo valido solo quel ragionamento che è universale, argomentato e rispetta il principio di non contraddizione, oltre a non incorrere in fallacie. Si può addirittura dire che la filosofia è più esigente della scienza
  • la filosofia non rifugge le evidenze logico-empiriche, anzi le ha messe alla base del proprio procedere ben prima che lo facesse la scienza moderna. La logica è invenzione di un filosofo, lo stesso Aristotele di prima

Non è difficile vedere che Polidoro è un integralista scientista (non vorrei psicologizzare, ma sembra quel tipo di integralismo dell’autodidatta che poi si ritiene depositario della Verità) che cerca di screditare altre forme di conoscenza, affermando un primato non solo ontologico ma addirittura cronologico del metodo scientifico. Per poterlo fare è necessario essere ignoranti riguardo ai progressi epistemologici precedenti, dovuti in primo luogo alla filosofia sul lato teorico e alla tecnica artigianale (la techné che Platone disprezzava) sul lato pratico: togli uno solo di questi appoggi e la scienza non esiste e non funziona. Probabilmente non c’è neanche malafede, infatti richiama “il principio filosofico noto come rasoio di Occam” (p. 5), ma allora è proprio piatta ignoranza. Basterebbe avere studiato storia e filosofia per poter capire che il metodo scientifico è una posizione filosofica in sé, e non una rottura che oppone il metodo scientifico a metodi “mitologici”.

Per parte mia, non intendo andare avanti nella lettura – ho letto solo la prima pagina, e mi basta. Tanto più dopo aver guardato l’indice, inzeppato per fare pagine di misteri che con la storia hanno poco a che fare (autocombustione, icone che piangono…). Ma come dicevo, da certi errori (non da tutti, alla faccia dei luoghi comuni) si possono trarre lezioni utili.

La lezione utile di questo errore è che bisogna studiare. E intendo proprio quelle cose umanistiche tanto deprecate, la filosofia e la storia in primo luogo, perché in questo modo si evita di riscoprire l’acqua calda: se qualcuno l’ha già fatto tanto tempo fa, risparmiamo tempo se studiamo chi l’ha fatto invece di ripercorrere tutto; e risparmiamo anche figure da ignoranti.

Se poi studiamo filosofia, ci rendiamo conto anche che la scienza, come tutte le forme di conoscere che abbiamo imbastito, è solo uno strumento. Non è il fine. Anzi, è meglio se specifico: il cosiddetto metodo scientifico, al quale viene ridotta la scienza in queste visioni riduzioniste integraliste, è solo uno strumento, non il fine. La scienza è lo strumento più efficace che abbiamo costruito, ma niente di più. Non ha senso ipostatizzarla come facevano i cavernicoli con le forze della natura. Questa posizione non è una novità, e non la intendo nel senso in cui la intendono alcuni “pensatori” continentali contrari alla scienza (da Nietzsche in poi), quanto piuttosto nel senso in cui la intendevano i pragmatisti: se produce risultati che ci servono, allora è meglio di altri strumenti che non producono quei risultati.

La lezione, dunque, è mantenere un sano distacco, essere consapevoli che i metodi sono strumenti e basta.

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