Gender bias ma non quello che pensate

L’Italia è un Paese arretrato, dove la metà (abbondante) femminile della popolazione si suddivide tra lavoro da casalinghe e scarso successo nel mondo del lavoro fuori casa. I dati dicono che peggio dell’Italia, nel gruppone dei Paesi OCSE, fanno solo Turchia e Messico. Ovviamente una delle cause è il fatto che la politica italiana non fa granché per aiutare le donne a stabilizzarsi nel mondo del lavoro. Pochissimi posti negli asili, nei nidi ecc ecc. Bisogna cercarsi quelli privati, che costano un botto, ecc ecc. Quindi le madri devono stare a casa a curare i figli piccoli.

Ma ci sono anche motivi culturali, evidentemente.

In primo luogo, se non ci fossero quei motivi culturali, la politica sceglierebbe di fare qualcosa per favorire la stabilizzazione delle donne nel mondo del lavoro. Invece si fa “politica per le famiglie” intesa non ad aiutare le famiglie, ma a moltiplicare le nascite di italiani purosangue, in pieno stile Ceausescu (o qualunque altra dittatura vi venga in mente, ma Ceausescu è piuttosto famoso per le sue politiche a favore dell’incremento demografico – per esempio, severissime restrizioni sull’aborto, abnorme aumento delle tasse per chi, passati i 25 anni, ancora non avesse procreato…). Non scrivo questo post per discutere di demografia, malthusianesimo, o temi affini (perché un governante ricorre agli incentivi alle nascite?), quindi taglio corto su questo punto.

In secondo luogo, tra i motivi culturali c’è il tradizionale ruolo in cui le donne vengono relegate, in Italia come negli altri Paesi arretrati: la donna è la custode della casa. Se lo vuole fare, nessun problema; ma quanto di quel “lo vuole” è veramente voluto e non semplice rassegnazione, o “preferenza adattiva“?

Il problema però si può prendere da un punto di vista che normalmente non viene alla mente.

Torniamo al punto di partenza: il mondo del lavoro in Italia è poco femminile (intendete: c’è poca partecipazione femminile ecc.). Il dato però non tiene conto, credo, di un settore particolare del mondo del lavoro: la scuola. I dati evidenziano che l’80% circa del personale docente italiano è composto da donne. Il dominio è praticamente assoluto ai livelli iniziali, dall’asilo alle medie, ma anche alle superiori rimangono in ampio vantaggio – link: scendete fino ad “Altri dati in breve”. Tra i Paesi industrializzati, quindi in senso generale tra i Paesi con economie avanzate (anche se “industrializzato” equivale ad avanzato 100 anni fa, ora non è così avanzato…), il corpo docente italiano è il più femminilizzato. Una delle spiegazioni che vengono fornite per questo squilibrio è che le donne, appunto per il fatto di dover lavorare in casa, scelgono l’insegnamento perché occupa solo mezza giornata fuori casa. Mi sembra una giustificazione idiota che non tiene conto che la gran parte del lavoro di un docente si svolge fuori dalla classe (preparare le lezioni, le verifiche, correggere, scrutini, consigli di classe e di istituto…), quindi o farebbero male il lavoro di docenti, o non avrebbero tempo di fare il lavoro di casalinghe. Un’altra giustificazione possibile è che le studentesse ottengono risultati migliori degli studenti, e quindi studiano di più e si incanalano in quella strada. Ci torno alla fine.

Attenzione che qui il discorso diventa spinoso.

I dati OCSE dimostrano oltre ogni dubbio il fallimento dell’istruzione italiana: si spende meno che altrove, e anche in proporzione al PIL, si ottengono risultati inferiori nei test degli studenti, l’accesso al mondo del lavoro è sempre più difficoltoso, e sono soprattutto le donne a pagare il prezzo…

Il fallimento della scuola italiana è storico: si viene costruendo da anni, in parte “grazie” ai costanti tagli operati dai governi che si sono succeduti, e l’ultimo non fa eccezione anche se cerca di nascondere le intenzioni usando strategie di marketing cafone. Ma l’altra parte è, e questa è l’opinione che voglio gettare come provocazione, di natura culturale (i puristi, quelli che capiscono la battuta, mi passeranno l’accostamento di nature e nurture): una scuola ultra-femminilizzata produce dei problemi. Non lo dico io, lo dicono i dati. Certo, la statistica è scienza potenzialmente fuffosa, basta scegliersi oculatamente i dati da usare e si può dimostrare tutto e l’esatto contrario. Ma seguitemi ancora per qualche riga.

Il docente medio italiano è donna over 50 (attenzione: non vuol dire che la media dei docenti ha queste caratteristiche, ma che prendendo tutti i docenti si ricavano come media queste caratteristiche). Sono persone che hanno ricevuto un’educazione più tradizionale di quella che potrebbero ricevere le ragazze che frequentano le scuole oggi. In altri Paesi. Ma visto che hanno ricevuto quell’educazione, sono strumenti della trasmissione di quella stessa, e non di una nuova. Magari lo fanno anche in buona fede. Ma è inevitabile che quello che i sociologi chiamano doing gender venga riproposto in continuazione, senza riuscire a spezzare il vincolo. Ma chiediamoci: cosa hanno ottenuto le donne, con quell’educazione? Hanno ottenuto di insegnare. E di essere escluse dal resto del mondo del lavoro. Ecco qui il bel risultato dell’andare meglio a scuola dei compagni maschi. Nessuno che pensa, per esempio, che è evidente che se le donne vanno meglio a scuola e peggio nel mondo del lavoro, magari è anche perché la scuola non prepara realmente al mondo (del lavoro), ma solo alla scuola.

Quindi, se è intuitivo che uno studente maschio si trovi meno a proprio agio con un corpo docente iperfemminilizzato, mi sembra che anche una studentessa femmina trovi un rischio in questo: le viene fornita un’educazione che non apre sbocchi nel mondo del lavoro.

Via al flame.

13 pensieri riguardo “Gender bias ma non quello che pensate

  1. Me la spieghi meglio :
    Il docente medio italiano è donna over 50 (attenzione: non vuol dire che la media dei docenti ha queste caratteristiche, ma che prendendo tutti i docenti si ricavano come media queste caratteristiche)

    1. l’ho scritta di fretta ed effettivamente fa schifo🙂 comunque era per dire che la media statistica non sono persone vere ma un dato estrapolato dal totale dei dati disponibili. Cioè ci sono tantissime donne (l’80% appunto) quindi il docente medio è per forza donna.

      1. La media tra due punti non in continuità penso che non abbia “soluzione”, il termine statistico che mi viene in mente è “moda”. Comunque il concetto di docente medio è bellissimo (a cui potremmo applicare quello di medio inferiore, e medio superiore🙂 )

      2. si ma in quanti usano correttamente il termine “moda” in senso statistico? usano tutti media. io sono pragmatista, il significato dipende dalle reazioni di chi riceve la comunicazione

  2. “Nessuno che pensa, per esempio, che è evidente che se le donne vanno meglio a scuola e peggio nel mondo del lavoro, magari è anche perché la scuola non prepara realmente al mondo (del lavoro), ma solo alla scuola.”
    Non darti “troppe arie” il pensiero ovviamente è condivisibile, tanto che io lo condivido almeno dal 1980 quando ancora liceale mi inizia ad interrogare su alcuni meccanismi di “autoriproduzione del corpo insegnante” ma fin da allora ero convinto che almeno chi lo perpetuasse ne fosse ben a conoscenza….

  3. Il tuo argomentare mi persuade, ma – parallelamente – potresti (tentare) di spiegar perché la scuola si è de-maschilizzata? In altri termini, perché gli uomini hanno lasciato il campo d’azione “libero”?

    1. credo che in realtà non si sia mai maschilizzata. Non ho i dati, potrei cercarli, ma andiamo per ipotesi: dall’unità del regno in poi, l’obbligo scolastico riguardava l’infanzia. Le scuole elementari. Non di più. In queste scuole entravano a insegnare maestre preparate a gestire e tirare su bambini, non adolescenti che cominciano ad avere bisogno di specializzazione. Entravano maestre con la magistrale, non ricercatori o ricercatrici (ce n’erano, anche se poche)(sempre per quella storia della tradizione). La scuola, come dice Riccardo, s’è autoriprodotta e generazione dopo generazione si sono avute sempre più bambine che volevano fare le maestre. Intanto gli uomini, usciti con la terza o la quinta elementare, non avevano tradizionalmente l’incarico di occuparsi dei bambini, che spettava alle donne, quindi nemmeno veniva loro in mente che potevano cercare un lavoro in quell’ambito. Mi azzardo a dire che fino agli anni ’60 inoltrati la mentalità italiana era quella. E non è cambiata molto.
      Ipotesi plausibile?
      Bisognerebbe avere i dati demografici. Ma non sono uno statistico.

  4. Non è solo una questione di insegnanti, ma un più ampio: per qualche motivo che non so, gradatamente gli uomini sono stati espulsi da qualsiasi ruolo educativo, o l’hanno abbandonato. È la madre che va a parlare con le docenti e segue i figli nei compiti; il padre porta i soldi a casa, e la domenica porta i figli a giocare. Non ci sono più ambiti di educazione prettamente maschile, e questo credo sia un problema sociale grave.

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