La virtù è insegnabile

Dopo un sommario lavoro di catalogazione dei frammenti, certo non definitivo ma almeno utile per me, pesco un terzo argomento trattato abbastanza a fondo dal Socrate meno platonico di tutti. In questo brano, Socrate discute con il giovane Didascalo (ennesimo nome parlante) la questione di cosa sia insegnabile, e in che modo lo sia. Troveremo sorprese, se siamo abituati a quello che Platone faceva dire al suo maestro.

Socrate, scuola di Atene
Socrate alla scuola di Atene. Da cosa si capisce che è una scuola? Il primo barbuto a sinistra sta dando il cinque a un bidello che sta entrando; il soldato si sta ravanando sotto la tunica e l’impugnatura della spada è chiaramente un simbolo; il vecchio in rosso mette su la faccia di chi sta facendo lo sforzo di non addormentarsi e finge di seguire la lezione; il biancocrinito capellone e barbone è l’unico che ascolta; il biondino sta pensando ai cazzi suoi e probabilmente guarda una compagna (o magari un compagno) di classe.

Socrate – dunque ci chiedevamo se la virtù sia insegnabile

Didascalo – Giusto, e avevamo visto la posizione dei sofisti su questo argomento

S – Come sai, io apprezzo un sofista, Protagora, e molti mi scambiano per sofista

D – Ma tu non lo sei!

S – E chi te lo dice?

D – Tu stesso, nella tua orazione con la quale cerchi di difenderti dalle accuse di Anito e Meleto.

S – Spoiler!

D – ma

S – ma niente! Centinaia di pagine buttate nel fuoco che tieni acceso davanti all’altarino dei tuoi antenati! Cosa racconto le cose a fare, se poi anticipi il finale?

D – Scusami, o Socrate, sono ingenuo e impulsivo

S – Decideremo come punirti in seguito. Intanto, andiamo avanti

D – Bene, maestro. Cosa intendi con la domanda “la virtù si può insegnare?”?

S – Intendo né più né meno quello che leggi quando la scrivi. Ma se vuoi possiamo cercare di capire un pezzo alla volta.

D – Preferisco un pezzo per volta

S – Giusto per farmi perdere tempo, tanto se non sono un sofista non devi pagarmi per le ore che ti dedico…

D – Non ricordo chi mi ha insegnato le furbate

S – Partiamo allora da “insegnare”, che di virtù parleremo un’altra volta. Cosa significa insegnare? Può significare indicare qualcosa.[1] L’insegnamento, tra gli animali, è di questo genere: mamma orsa si porta dietro i cuccioli nei posti dove trovare cibo, e indica loro quali bacche sono buone e quali velenose. Dopo qualche anno, i giovani orsi hanno imparato, e il periodo passato con la madre è un periodo di studio a tutti gli effetti. [2]

D – Come quando cercano di insegnarti i nomi delle cose, indicandoti un vaso e pronunciando “vaso” molto lentamente, scandito come se parlassero a un deficiente.

S – E non lo sei forse, Didascalo? Intendo: deficiente in senso di mancante di qualcosa. Per esempio della capacità di dire “vaso” quando vedi un vaso. Quindi questo è un insegnamento

D – Bene, Socrate

S – Chiediamoci ora: io ti sto insegnando qualcosa?

D – Sì, o maestro!

S – Didascalo, cocco della maestra, cosa diavolo ti sto insegnando, se l’unica cosa che so è di non sapere?

D – Hai ragione, Socrate

S – E cosa diavolo ne sai che ho ragione, Didascalo, se nemmeno io lo so, visto che non è tra le cose che so?

D – Socrate, mi sembra di essere a scuola: non capisco più niente!

S – Cosa intendi con “scuola”?

D – Beh, il posto dove ci si raduna, insegnanti e studenti, e ci si scambiano le informazioni

S – La definizione mi piace. Ma sei sicuro che sia giusta?

D – Socrate, perché devi sempre mettere dubbi alla gente?

S – È uno sporco lavoro, ma mi piace così

D – Sono – anzi, ero sicuro della definizione. Cos’ha che non va?

S – Dovremmo definire pezzo per pezzo: insegnanti, studenti, informazioni, scambio

D – Ma mi farai la grazia e ne sceglierai solo uno?

S – L’impertinenza dei giovani! Per tua fortuna, il contraltare è l’incontinenza dei vecchi, quindi cercherò di sbrigarmi. Scegliamo lo scambio. Secondo te tra insegnanti e studenti c’è scambio di informazioni.

D – Mi sembra così, o sommo

S – Non cercare di lisciarmi il pelo, Didascalo. Rispondi piuttosto a questo: chiami insegnante chi insegna? Ovvero chi ha le informazioni da trasmettere a chi non le ha? Come mamma orsa ai cuccioli?

D – O Socrate, noto che hai reintrodotto di soppiatto la questione della definizione degli altri termini – di insegnante, perlomeno, quando avevi detto che avremmo parlato solo di scambio. Le leggende sulla tua continenza hanno un fondo di verità. Comunque, sì, direi che insegnante è chi ha le informazioni da trasmettere.

S – Lascia che della mia vescica mi occupi io; d’altronde, noi siamo ben più che la nostra vescica e la nostra urgenza di svuotarla. Ora, visto che non hai obiezioni, dimmi: studente è chi non ha le informazioni e le riceve, vero?

D – Ho capito, Socrate, cosa vuoi dire: non c’è uno scambio ma una trasmissione, da chi sa a chi non sa

S – Giusto, proprio come abbiamo fatto ora, da me che so a te che non sai.

D – Ma quello che tu sai è di non sapere. Prima io non sapevo, ma adesso che ho imparato – io non so?

S – (rimane a bocca aperta. Entra una mosca. Deglutisce) E come la immagini questa tua scuola?

D – Non hai risposto alla mia domanda

S – Qui le domande le faccio io. Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che l’insegnamento è la trasmissione di informazioni da chi le conosce a chi non le conosce.

D – Non proprio, c’è almeno un caso, ovvero il tuo, in cui non si capisce come un insegnamento sia una trasmissione di qualcosa

S – (finge di non sentire) E quindi il passo successivo è: di chi ti puoi fidare, in questa trasmissione? Sto dicendo: chiameresti navigatore colui che non conosce la rotta e non la sa impartire?

D – (accondiscendente) No, Socrate, non sarebbe un navigatore

S – E chiameresti medico quello che non conosce la medicina e non la sa praticare?

D – No, Socrate, non sarebbe un medico

S – Sai quanti altri esempi potrei portarti?

D – No, Socrate, non lo so, non me l’hai ancora insegnato…

S – Didascalo, non ti hanno insegnato neanche il rispetto! (brontola qualcosa) Comunque, tanti. Ma hai capito l’antifona. Se tu volessi imparare l’arte di portare le navi, andresti da un navigatore capace, e se volessi imparare l’arte medica, andresti da qualcuno che è famoso come medico.

D – Per questo adesso sono a scuola da un filosofo

S – Non capisco se è sarcasmo. Ma arriviamo al punto: colui che viene scelto come insegnante, è qualcuno che conosce la disciplina che insegna. Non vai da un medico per imparare a navigare, neanche se il medico possiede uno yacht di 45 metri e lo porta da solo. Mi sembra necessario che chi studia abbia come insegnanti degli esperti di una sola cosa, e non dei semituttologi. Non basta aver letto Omero per insegnare tutte le materie a scuola. Puoi insegnare Omero, e fine lì.

D – Certo, Socrate. E infatti io ho cercato te non per farmi insegnare l’arte del falegname, ma proprio per imparare quello che sai tu.

S – Di nuovo, forse sei sarcastico.

Come si può vedere, ci sono delle discrepanze rispetto alla dottrina platonica, dove il filosofo può insegnare tutto (e quello che non può insegnare, non viene nemmeno preso in considerazione, è plebea techne), proprio perché sapiente delle cose migliori. In questo frammento, Socrate invece sembra aprire a una concezione più organizzata, divisa in specializzazioni, dove tutti i saperi sono informazioni tramandabili – in qualche modo. A patto che a insegnarle ci sia qualcuno che le conosce veramente, e non qualcuno abilitato a cascata.


 

[1] Gl’ispagnoli fanno così. Ma come fa Socrate a sapere lo spagnolo?

[2] Storia vera

2 pensieri riguardo “La virtù è insegnabile

  1. meno male che nun ho mai sentito di’ de ‘sto socrates prima dei venticinque anni – sennò avrei preteso agostini pe’ imparamme la motocicletta, e alla fine me sa che nun me la sarei imparata né tanto né poco (mammaorsa mia nun era capace – la bicicletta pure me toccò imparammela da solo, prove e errori).

  2. se ho capito il frammento, Socrate risponderebbe che il fatto che qualcuno sia autodidatta non nega che chi non lo è abbia bisogno di veri insegnanti e non di cialtroni.
    Probabilmente il Socrate platonico sarebbe più “amico” degli autodidatti, come il servo ignorante che con poche domande viene condotto al teorema di Pitagora e in pratica lo impara da solo. Ecco perché forse questi frammenti che ho io sono falsi.
    D’altra parte, si ripropone anche qui la dicotomia tra pratico e concettuale che Socrate ha inventato: in pratica, un autodidatta può imparare le cose (per un chiarimento sulla nozione di in pratica rimando alla celebre confutazione “camminando” dei paradossi di Zenone); in teoria, un autodidatta è qualcuno che non conosce le cose, e quindi come fa a insegnarsele? (E qui invece rimando alla confutazione degli stessi paradossi di Zenone, ma a quella aristotelica che distingue tra potenza e atto – vero, per dire che nell’atto si può confutare Zenone, ma appunto riaprendo al concetto, alla potenzialità di qualcosa che non si può confutare: sul piano logico, è impossibile che un ignorante insegni a se stesso).

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