Conflitto di diritti

Frank Van Den Bleeken ha vinto una causa per ottenere l’eutanasia. Vive in Belgio, dove questo diritto è garantito.

La particolarità del caso è che FVDB è un carcerato, uno stupratore seriale che ha chiesto l’eutanasia sostenendo che non sarebbe capace di sopprimere l’istinto che l’ha portato in galera qualora fosse liberato, e che quindi non sarebbe mai liberato.

In pratica, da una parte c’è lo Stato del Belgio che, facendosi carico del diritto di tutti i danneggiati da FVDB, ha il “diritto alla vendetta” e quindi ha il diritto a tenere in carcere FVDB fino al termine dei suoi giorni.

[Faccio notare che per me non esistono diritti naturali, ogni diritto è sociale, è ciò che il resto della società ci concede in base a un patto o a una razionalità implicita, quella della reciprocità (concedo diritti agli altri perché gli altri concedano diritti a me – e non cerchino di uccidermi o derubarmi ecc)].

Il Belgio ha il diritto alla vendetta.

Ma la legge del Belgio concede il diritto all’eutanasia. FVDB è tuttora cittadino del Belgio, quindi chiede che il suo diritto venga rispettato. Vince una causa. In sostanza il suo argomento è: 1. non ci sono altre soluzioni, non cambierò mai, quindi non potrò mai uscire di galera + 2. forti sofferenze psicologiche.

Avviso preliminare: il controargomento “eh, in Italia in galera si suicidano, perché non lo fa anche lui?” non è un controargomento. L’Italia evidentemente non è al livello del Belgio. Il punto di vista dei diritti (non naturali) richiede uno sguardo normativo, a ciò che dovrebbe essere, non a ciò che è. Paesi come il Belgio o la Norvegia che non ha voluto uccidere Breivik si sono dati una struttura che mira a quel che dovrebbe essere: lo Stato non è padrone delle vite degli individui, e lo Stato non solo si sostituisce nel diritto di vendetta, ma modifica anche la vendetta. Sono posizioni più razionali: chi mai vorrebbe far parte di una comunità che in un qualsiasi momento può decidere di toglierti la libertà e la vita? Molto preferibile una comunità che ha bisogno di giustificazioni per farlo, e la base razionale della necessaria reciprocità per la sopravvivenza stessa della comunità. Una comunità molto diversa, però, in cui sono messi in comune solo pezzi dell’autorità.

Ma appunto, si arriva al conflitto tra diritti e non c’è un diritto superiore, in teoria: da una parte il diritto al risarcimento (tramite punizione, la rieducazione al momento non c’entra) che hanno i danneggiati e di cui si fa carico la comunità intera, dall’altra il diritto a gestire la propria vita (fino al punto in cui non danneggia altri) della persona che chiede l’eutanasia. Che sta privando i danneggiati del loro diritto. Un danno doppio?

4 pensieri riguardo “Conflitto di diritti

    1. secondo una teoria di filosofia del diritto penale. Ma non è l’unica. Anche da un punto di vista logico (dove per “logico” intendo “common sense”, questa volta): mettiamo che sia in carcere a scopo preventivo, allora ci possiamo fare due domande
      1 – mettiamo in galera chi non ha ancora commesso reati? Chi non ha dimostrato di essere un pericolo?
      – no, infatti mettiamo in galera FVDB perché ha ampiamente dimostrato di essere un pericolo
      – ma allora lo mettiamo in galera perché ha dimostrato di essere un pericolo
      – “ha dimostrato”, il passato è la causa della carcerazione, non la probabilità futura
      2 – se conta la prevenzione, come contiamo i reati che ha commesso? Sono quelli che stabiliscono la durata della detenzione?
      – no, perché la durata della detenzione, se ci mettiamo nell’ottica della filosofia del diritto penale utilitarista (prevenire), sarebbe “fino a quando non dimostra di non essere più un pericolo”.

      credo sia più coerente l’altro tipo di filosofia del diritto penale, quello che ritiene che la detenzione sia una pena per un reato già commesso.

      Anche storicizzando (ovvero alla carlona, come gli storicisti) è facile pensare che il carcere sia il modo dello Stato di porre termine alle faide. La privazione della libertà è un concetto che emerge parallelo al valore della libertà dell’individuo, quindi è relativamente una cosa nuova e limitata a Paesi basati sul modello occidentale. In altre parti del mondo il carcere è solo il modo di non perdere di vista il condannato a morte, e la pena non è la privazione della libertà ma la morte. Ma rimane di fondo lo spirito della funzione retributiva, più che quello utilitarista.

      1. La proporzione tra delitto e pena si spiega con la prevenzione generale (dissuadere gli altri dal commettere crimini, e niente pena di morte per chi ruba caramelle perché altrimenti chi ruba caramelle ucciderebbe i testimoni per non farsi catturare). Niente pena per chi non ha ancora commesso reati perché non sappiamo con certezza che li commetteranno; se lo sappiamo con certezza, “rinchiudiamo” in istituti di cura le persone come socialmente pericolose.

        Non conosco la storia di FVDB. È stato condannato a vita? O la scarcerazione è vincolata a una qualche perizia, perizia che per lui non sarà mai positiva? Se è il primo caso, hai ragione tu. Se è il secondo, ho ragione io.

        L’origine storica conta poco o nulla (come storicista non sei molto convincente).

      2. La condanna di FVDB è a vita.
        Ma il punto rimane: va bene, usiamo una pena detentiva anche come deterrente per gli altri in modo che siano trattenuti nel loro intento di commettere reati. Però non ha senso che la pena a X sia comminata solo con lo scopo di evitare (da lui o da altri) simili reati in futuro. Se così fosse, il reato già commesso sarebbe “passata liscia”. Invece è una base (morale ma non solo) del diritto comune che una detenzione è una pena per un reato commesso, in chiave di risarcimento alla comunità. Cioè: la comunità si prende la tua libertà. A volte si prende la tua vita, ma questo succede nelle comunità meno “avanzate” sul piano normativo. Succedeva prima che la libertà individuale diventasse il centro del diritto, con la nascita del cittadino. Succedeva quando nel Medioevo la pena era o la morte o qualche giorno alla gogna a farsi sputare in faccia dai compaesani. Non c’era vera detenzione, perché questa comporta spese, regole e così via. La stessa idea di togliere la libertà a una persona colpevole di un reato non ha più senso se quel togliere la libertà non è vista come punizione per il reato commesso. Cioè: se metti in carcere o in istituto una persona che potrebbe commettere un reato, non la consideri una persona capace di opporsi autonomamente a quell’istinto, quindi non la consideri una persona libera nel senso in cui viene considerato libero un cittadino (=autonomo). Quindi in partenza non lo stai privando della libertà/autonomia, visto che non credi che ce l’abbia.

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