A cosa servono le competenze

Girando su facebook trovo un link a un vecchio articolo di Balbi, abile divulgatore di astrofisica e scienze in generale, che solleva la questione delle competenze necessarie a svolgere un compito (compito -> competere -> competenze, un po’ di etimologie per far sbavare i continentali). Articolo rispolverato in chiave antigrillina, come si può capire dal tema e dalla posizione. Gli si fa notare, nei commenti, che è strano che un competente astrofisico si avventuri in campi in cui non è competente, perché suggerisce che gli incompetenti sono al potere ovunque, implicando in modo velato che è così anche in politica. Ma Balbi non è competente in politica. Oppure, se è competente lui, allora sono competenti tutti quelli che non hanno, come lui, studiato la politica ma qualcos’altro. Quindi il suo argomentare gli si rivolta contro, rendendo l’argomento invalido. Non è che basta essere laureati in astrofisica per poter discettare di politica e psicologia, altrimenti a cosa servono le altre lauree? Laureiamoci tutti in astrofisica e il mondo sarà perfetto e funzionante. Più probabilmente, la questione va affrontata da un diverso punto di partenza.

Raccontava, Balbi, dell’esperimento (io sarei già dell’idea che le cose di psicologia non si debbano chiamare esperimenti, ma – ehi, sono incompetente) di Dunning e Krueger in cui si scopre l’acqua calda, ovvero che più uno è incompetente, più sovrastima le proprie capacità e crede di poter risolvere IL problema, qualunque esso sia. Il dilettante allo sbaraglio. Che non si rende conto di andare allo sbaraglio. E anche quando arrivano i risultati, è convinto che siano migliori di quelli che ottiene una persona competente.

Tra gli esempi portati dai commentatori (e probabilmente già impliciti nel post), saltano fuori i soliti proclami contro il suffragio universale: non si può concedere il voto agli stupidi. Che incidentalmente sono sempre quelli che voterebbero diversamente da quello che voteremmo noi. Il trito “argomento” della necessità di un patentino per votare. Magari viene sollevato anche in buona fede: qualcuno ritiene che il voto sia un mezzo per decidere la politica di una comunità, quindi solo chi ha la competenza necessaria, chi sa prevedere le conseguenze, può votare, per evitare il rischio di crolli e casini vari. In genere, è un argomento classista, suggerito da chi ha una cultura, da chi ha studiato, ma non solo. Certo è un paradosso che chi non ha studiato valuti l’opzione di concedere il voto solo a chi ha studiato – chi non ha studiato non è competente, quindi come può dibattere la questione? In base a quell’argomento, solo chi è competente potrebbe decidere se il voto tocchi solo a chi è competente. [Qui inserirei una nota per ricordare che c’è stato un tempo in cui chi era competente ha capito che il voto andava esteso a tutti, anche ai non competenti]

Fallacie a parte, c’è proprio un errore di base: il voto (escluso il caso dei referendum) non viene dato per dirigere direttamente la politica di una comunità. Il voto non esprime un interesse, o una previsione, ma solo una preferenza.

Io posso votare tranquillamente quello che mi sta più simpatico, o quello che mi sta meno antipatico, o quello che rimorchia di più e fonda aziende, o quello con un rigido senso morale, o quello giovane, o quello vecchio, o solo donne, o solo uomini. Nessuno può dirmi chi votare e chi no. Questa è la base della democrazia liberale. E non è una novità, è un semplice prodotto delle necessità di una teoria contrattualista come quelle che hanno fondato la politica europea: si parte da una situazione iniziale in cui bisogna far convivere individui che in via contingente si trovano a condividere lo stesso territorio ma non necessariamente gli stessi valori, ed evitare il conflitto; per farlo l’unica soluzione (escluso lo sterminio di una o più delle parti) è la concessione a chiunque di poter mantenere i propri valori e di poter esprimere la propria scelta tramite un voto, per formare l’autorità che si occuperà di far rispettare il patto di non aggressione reciproca e organizzare la distribuzione delle risorse.

Ci sono delle precisazioni da fare: un altro elemento necessario è l’harm principle, cioè sei libero di vivere la tua vita fino al punto in cui questa libertà non limita la pari libertà dei concittadini (e loro hanno lo stesso obbligo). In realtà non è un vero principio, ma è un versione della regola aurea, un semplice prodotto del ragionamento pratico: se non rispetto la libera scelta degli altri, gli altri non rispettano la mia. Non hanno motivi per farlo. In termini kantiani è più una massima che un imperativo.

La seconda precisazione è che comunque il sistema non è esente da pecche logiche. Lo dimostra Arrow, spiegando il paradosso del voto. Non sto qui a spiegare tutto, si può leggere su Wikipedia. O in originale. Una cosa che si può dire è che paradossalmente è possibile che l’ordine di preferenze risultante dal voto della comunità può coincidere con l’ordine di preferenze di un individuo o di una parte della comunità. Rendendo di fatto quella democrazia una sorta di dittatura mascherata, almeno come risultato delle preferenze. Poi certamente il comportamento degli eletti garantisce la differenza tra democrazia e dittatura.

Quello che però vorrei sottolineare è che questa possibilità si ricollega alla questione della competenza e/o dell’incompetenza. Per circa un cinquantennio dopo la Seconda Guerra Mondiale, il bug nel sistema è andato a vantaggio dei competenti: l’organizzazione partitica ha prodotto lunghi domini “monocolore”, ha prodotto le scuole di politica, e ha guidato il dibattito interno. I competenti sapevano sfruttare la propria competenza, convincendo gli elettori che il loro (dei partiti) ordine di preferenze era – il preferibile. Da metà anni ’90, le cose sono cambiate e da “non è necessaria competenza in chi vota” si è passati a un “non è necessaria competenza in chi governa” che spopola oggi. E oggi ad approfittare del bug nel sistema sono coloro che intendono smontare il sistema, per far prevalere il proprio ordine di preferenze – ovvero per instaurare una dittatura di fatto. Non è un caso che gli eroi di questa parte della società siano Hitler, Pinochet, Mussolini, Putin. E gli slogan contribuiscono ad appiattire il dibattito politico alla preferenza senza progetti, richiamando uno zoccolo duro di elettori che scelgono di smettere di pensare e di adagiarsi nel comodo ordine di preferenze di chi comanda le truppe. Ecco qui il bug: un ordine di preferenze di un individuo (il “dittatore”) diventa l’ordine di preferenze di una parte di società, e se quella parte è consistente abbastanza diventa un ordine di preferenze legittimo in società, con la pretesa di superare tutti gli altri.

Se io fossi competente e avessi voglia di fare uno studio serio, probabilmente direi che le cose sono cambiate dal ’68, con la rivolta contro le competenze in nome di una qualche visione di paradiso in Terra e di primitive versioni di democrazia diretta. Intendiamoci, dal mio punto di vista non è un problema che persino gli hippies esprimano preferenze, anzi. Ma è un problema quando quelle preferenze vengono imposte a una società che ha bisogno di organizzazione per funzionare (e per funzionare per tutti, compresi coloro che vorrebbero imporre il proprio ordine di preferenze opposto): l’organizzazione ha bisogno di competenze.

Ma l’organizzazione è a un livello diverso: si tratta infatti di organizzazione del vasto gruppo di preferenze diverse presenti nella società ed emergenti dal voto. Un sistema liberale dovrebbe funzionare in modo da garantire la libertà a tutti di vivere il proprio ordine di preferenze, fino al punto in cui questo non diventa autocontraddittorio e autodistruttivo. Nel momento in cui un ordine di preferenze intende imporsi sugli altri, eliminandoli, a quel punto è in sé contraddittorio, perché è chiaro che gli altri  non accetteranno mai questa opzione, e così viene a mancare la massima dell’accordo generico iniziale e si torna al conflitto.

La competenza quindi non è richiesta al livello del voto, in cui si esprime solo una preferenza. E, come dicevo, nessuno può pretendere che al livello del voto si esprima qualcosa più della semplice, ingiustificata preferenza, perché altrimenti si contraddice il principio stesso del voto libero: ovvero, di un voto da parte di chi ha un proprio ordine di preferenze e decide di accordarsi con chi ha ordini diversi per ottenere la pace sociale e quindi la possibilità di sviluppare al massimo possibile la vita basata su quelle preferenze (con il limite logico dell’harm principle).

La competenza è richiesta al livello superiore, quello dell’organizzazione delle preferenze in ordini non conflittuali. Non dobbiamo chiedere un patentino per votare, ma potremmo, senza uscire dai limiti concettuali della democrazia liberale, chiedere un patentino per governare.

Anche se questo richiederebbe di riconoscere che c’è una differenza tra votare e decidere la politica della comunità. Richiederebbe di capire i rischi della democrazia dei sondaggi (o democrazia diretta). Richiederebbe di rivalutare l’attualmente svalutata democrazia rappresentativa. E richiederebbe, come ultimo paradosso, la capacità del votante di affiancare alle proprie preferenze anche l’interesse spassionato al funzionamento imparziale del sistema, ovvero la rinuncia a tifare, a scegliere l’uomo forte, a farsi corrompere, a imporre il proprio ordine di preferenze come il migliore. In pratica, di non votare in base alle preferenze😀

9 pensieri riguardo “A cosa servono le competenze

  1. uh.
    altro bel post, che però necessiterebbe una risposta lunga quanto un tommaseo.
    avevo scritto un libercolo al riguardo, tempo fa. non lo pubblicai, anche perchè, in fondo, io non sono per nulla competente al riguardo.
    se interessa lo stesso e nel modo più breve possibile, posso dire che per quanto mi riguarda considero la “democrazia” sopravvalutata.
    sia perchè, da un punto di vista storico, è un sistema di rappresentanza che si è evoluto in contesti piuttosto differenti da quelli in cui viene applicata oggi (sia in riferimento all’antica grecia che all’europa post-bastiglia) e quindi a mio parere fatica a trovare efficacia, sia perchè anche, come ricordi giustamente tu citando arrow, quella che si ottiene è in fondo un’approssimazione che in quanto tale si barcamena tra un ideale a cui tende ed un reale in cui sprofonda.
    a questo punto credo che la razionale accettazione di una realtà in cui la democrazia non esiste sia passo fondamentale per trarne le conseguenze e riuscire a disegnare un’organizzazione più logica e funzionale.
    sin dai tempi del liceo ho sempre pensato che se non si è in grado di inventare qualcosa di buono, si possa sempre copiarla da chi è più bravo.
    quindi ho guardato alle organizzazioni politiche più stabili e longeve che ho trovato, ovvero il vaticano (nell’ambito non democratico) e san marino (in quello democratico).
    il vaticano in particolare, pensandoci bene, ha una gestione della cosa pubblica che trovo incredibilmente raffinata: una monarchia elettiva all’interno di un’oligarchia non censoria.
    è una struttura che in piccolo riproduce quello che ipotizza heinlein nella sua distopia militareggiante, ma che, a ben guardare, non sarebbe per nulla un’idea peregrina.
    una cittadinanza a fronte di condivisione di sforzi e doveri (perchè non è che per essere nati nello stesso posto tutti per forza si sentono coinvolti nella società…), all’interno della quale con principio non censorio (ma di competenza) vengono formati i componenti di un’oligarchia tra cui si identificano di volta in volta due “princeps” (eludendo così arrow) sottoposti a scelta esclusiva da parte dei cittadini.
    la gestione statunitense ha qualche richiamo simile, ma manca della restrizione alla base e si perde in mille altri paraventi.

    infine è sì vero che persone competenti hanno deciso di dare il voto a tutti.
    dubito tuttavia che sia stato per logiche di miglioramento della rappresentanza, quanto piuttosto per allargare la base elettiva ad su persone… “addomesticabili”. in fondo era un periodo in cui la “competenza” era mediamente molto più scarsa di oggi e l’alfabetizzazione per nulla completa.
    anche oggi si assiste a campagne politiche in cui si cerca di dare possibilità di voto ai sedicenni o agli immigrati e le si vende come conquiste della democrazia. non credo sia per ragioni differenti da quanto si fece allora…

    scusate il pippone…

  2. C’è però un particolare da segnalare: un sistema non democratico (magari non oppressivo, una monarchia illuminata) può funzionare solo al Vaticano o in altre piccole tribù, ovvero in situazioni nelle quali esiste già un sistema condiviso di valori. Al Vaticano, chi non la pensa in un certo modo è un eretico e non può vivere lì né partecipare. La stessa parola “eretico” derivando dal greco airesis indica chi ha computo una scelta (questo è il significato), che si intende diversa da quella dominante, ma quella dominante non è nemmeno una scelta, perché è l’unica alternativa disponibile e se non ce ne sono almeno due allora non la chiamerei scelta.
    Nel momento in cui però non esiste il sistema condiviso, il problema diventa quello della coordinazione, per evitare il conflitto tra chi si trova a convivere nello stesso spazio. Dalle guerre di religione, noi europei abbiamo imparato che il modo migliore per gestire questa convivenza è creare regole il più possibile impersonali e astratte, e cercare di educare i cittadini a comprendere non solo come funzionano, ma anche perché sono state fatte così.
    Almeno funzionava così finché non hanno abolito l’educazione civica e snaturata la filosofia (dai Romantici ai fascistidealisti, ecco i colpevoli).
    Chiaro che non è un sistema perfetto: ci sono molti più ordinamenti di preferenze in terra, Orazio, ecc. Ma lo sforzo verso quell’obiettivo rimane l’unico tentativo valido di fronte al conflitto.
    Basta guardarsi attorno: nel momento di crisi, rinascono istanze localiste, direi anche tribaliste, si vuole ridurre tutto al campanile, e tutti gli altri sono (almeno potenziali) nemici. La politica è diventata tifo acritico. Si inneggia al senso di appartenenza e all’identità.
    Si vede che la gente non studia storia, perché queste condizioni sono quelle che hanno portato ai conflitti sempre.
    Ma, come dicono le pubblicità pro-Europa sulla Rai, evidentemente i quasi 70 anni senza conflitti in Europa hanno fatto sì che la gente non ci pensi più e riemergano i sentimenti bellicosi. E gli ideali politici antidemocratici.
    Però appunto, visto che il principio della democrazia moderna è che i governanti devono semplicemente coordinare le preferenze già presenti e non imporne, il modo per smorzare gli istinti bellici è diluirli nella generica accoglienza. E fare educazione per dimostrare che sarebbe incredibilmente stupido scegliere un altro sistema politico e ripiombare nei conflitti.
    (questo è il nocciolo dell’argomentazione contrattualista, per inciso: anche l’egoista razionale, quello che “voglio tutto”, riesce a capire che nel conflitto può perdere tutto, e quindi gli conviene accettare un compromesso)

  3. ma infatti il punto fondamentale è, come dici giustamente tu, quello di un fine condiviso.
    il decidere “cosa vogliamo essere da grandi”.
    possiamo ricordare forse kennedy per la luna (“We choose to go to the moon. We choose to go to the moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard, because TAHT GOAL WILL SERVE TO ORGANIZE AND MEASURE THE BEST OF OUR ENERGIES AND SKILLS, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one which we intend to win, and the others, too.”), e tra gli esempi più recenti il discorso di incoronazione di felipe IV (“Porque UNA NACIÓN NON ES SÓLO SU HISTORIA, ES TAMBIÉN UN PROYECTO integrador, sentido y compartido por todos, QUE MIRE HACIA EL FUTURO.”)
    in italia questo non si è capito.
    nel vuoto lasciato dal progetto mancante (e d’altronde è difficile fare progetti per il futuro con 63 governi in 68 anni) allora sì, facciamoci entrare di tutto con spirito “d’accoglienza”, come dici.

    il mio esempio del vaticano non era ovviamente da intendersi nel senso che il “fine” debba per forza essere un ideale religioso, anzi!
    quanto riporti è quello che vivono (una minuscola parte di quello che vivono, in mezzo ai mille altri problemi e concause) i popoli del medio oriente, e difatti sembra non riuscirsi a trovare altra strada che dividere ogni gruppuscolo cultural-religioso in un proprio “stato”.

    tuttavia in un sistema illuministico (pur non democratico) non credo ci sarebbero necessariamente i problemi di coordinazione che paventi anche in situazioni più ampie di quella vaticana.
    l’esempio dell’italia fascista potrebbe in qualche modo calzare: l’immagine scolastica di un’italia completamente bagnata negli ideali del duce è infatti errata e la coordinazione e contenimento dei conflitti avveniva sì con una buona parte di violenza ma soprattutto grazie ad una generale indifferenza.
    perchè, ricordiamocelo, alla stragrande maggioranza dei cittadini impegnati tutto il giorno in campagna in fondo fregava poco…
    ed ancor oggi è così.
    ora, perchè non dividere un sentimento di quel genere, adatto forse ad una “residenza” da uno civilmente più complesso che presuppone una “cittadinanza”?
    la cosa credo starebbe in piedi da sola, proprio grazie all’harm principle: persino in medio oriente il libano è stato per decenni una comunità ragionevolmente stabile dal punto di vista religioso. e stiamo parlando di religione, altro che sistemi illuministici…

    la scelta a questo punto diventerebbe:
    A) trovo il fine nazionale condivisibile e decido di adoperarmi a favore di questa idea. ok, posso diventare cittadino, scegliere chi governa o anche intraprendere un percorso di formazione per diventare a mia volta parte dell’oligarchia governativa.
    B) trovo il fine nazionale ripugnante e non accettabile (e non vedo perchè, se ora ci arrabattiamo a comprendere qualsiasi idea pur di raccattare un voto, dopo dovremmo andare a menarcela con ideali di stato tipo “ammazziamo tutti quelli che non sono biondi e con gli occhi azzurri”. no, non è un esempio a caso…). bene, mi prendo su e me ne vado in un paese con ideali che condivido. qualcuno ha detto “esilio”? ma perchè, doversene andare a vivere dall’altra parte del mondo perchè non si hanno le conoscenze giuste nel giusto gruppo di potere cos’è? torniamo all’ipocrisia e le competenze continuiamo a ficcarle sotto lo zerbino?
    C) del fine nazionale non me ne frega un fico secco, le condizioni di vita sono accettabili ma non ho tempo/voglia di occuparmene. cioè quello che, spannometricamente, farebbe il 70% della popolazione (a guardare le affluenze). bene, sei un residente, paghi le tasse per i servizi che ottieni. non rompere le scatole a chi ha fatto la scelta di coltivare le competenze per governare la nazione.

    insomma non so.
    ho l’impressione che con la scusa del “volemose democraticamente bbene” si finisca a dover accettare qualsiasi idea di chiunque passi per la strada col solo risultato di non fare assolutamente nulla, visto che qualsiasi cosa si facesse scontenterebbe ovviamente qualcuno…

  4. da un lato sono diciamo minimalista: credo che l’unico obiettivo condiviso necessario sia la coordinazione. A capire che se non ci coordiniamo va a finire a testate dovrebbero arrivarci anche i più stupidi, se non per via di ragione almeno per via empirica (dopo due o tre volte che finisce a testate, si spera che si accorgano che agire in modo non coordinato non produce il risultato migliore possibile – anche se per “migliore possibile” si intende un subottimale, paretiano, second best ecc perché la coordinazione richiede che ciascuno rinunci a qualcosa, almeno alla pretesa di “vincere tutto” perché altrimenti o gli altri non giocano nemmeno, o finisce a testate e magari vincono tutto loro).

    Dall’altro lato credo che la continuità della vita coordinata apra lo spazio ai miglioramenti progressivi. Sempre per via di ragione o per via empirica, ci si rende conto che la coordinazione offre un insieme di condizioni di vita migliore di quello che si avrebbe in una dittatura o in un altro sistema tribale, e ci si rende conto che se ci mettiamo in 100 invece che in 1 o 10 a tirare su la capanna ci mettiamo meno tempo e la facciamo più solida, e possiamo tirarne su molte, oppure usare il tempo per fare altro (strade, fogne, scuole, ospedali…). Praticamente il contrario di quello che pensava Rousseau che era un paranoico.

    Quindi quello che direi è che al livello del voto non è necessario richiedere qualcosa più dell’espressione delle preferenze “egoiste”, anche se non sono di egoismo razionale e probabilmente qualcuno vorrà dare e prendere testate. Ma a livello superiore, mi sembra necessario perché il sistema funzioni che i governanti siano informati e sappiano come coordinare le preferenze provenienti dal voto.
    L’ottimo sarebbe che lo sapessero anche i votanti, e questo però è un obiettivo a lungo termine, un qualcosa verso cui mirare, non è necessario qui e ora.

    Comunque, perché si ottenga, non si può prescindere dal diritto di voto concesso a ciascuno, e per diritto di voto intendo diritto pieno, di votare anche ad minchiam. Perché se non c’è accettazione di diversi ordini di preferenze, allora c’è un ordine solo e chi la pensa diversamente viene escluso, e non c’è progresso.

  5. Il conflitto scompare se la detenzione non è un risarcimento tramite punizione del recluso, ma il dichiarato tentativo di rieducare.
    Nel caso della condanna a vita si è reputato incorreggibile il reo e si tutela il diritto alla sicurezza degli altri.

      1. forse potevo spostarlo sotto al post a cui fa riferimento – non in modo automatico, avrei dovuto copiare e incollare anche tutti i dati, ma non mi sembra corretto usare (anche se solo in modo così limitato) dati di altri.
        comunque la risposta alla prima questione che ponevi si trova nelle risposte a Ivo

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