Cos’è un uomo?

Sottotitolo: in margine alla visione di uno scorcio di prove teatrali liceali.

Oggi, nel tempo lasciato libero dai consigli di classe, ho visto le prove di uno spettacolo teatrale allestito dagli studenti del liceo dove lavoro, guidati da uno dei prof che organizza tutto. Lo spettacolo è in previsione per il giorno della memoria. Si impegnano, faticano, si vede che lo fanno volentieri.

Ma anche se non capisco di recitazione, si nota che qualcosa manca. Manca la cattiveria vera in quelli che interpretano i nazisti. Per esempio.

E manca la vera comprensione di cosa vuol dire “disumano”. Sono giovani, hanno dai 15 ai 19 anni, ok. Nemmeno io ho mai vissuto guerre, quindi possiamo dire che non so cosa è veramente stato il programma di disumanizzazione realizzato dai nazisti. O da qualunque altro regime integralista (nazionalista, religioso, monoculturale, razzista… il fatto che non lo comprendano è anche un problema mio, visto che poi sostengono in politica personaggi loschi, integralisti, pregiudicati, razzisti, stupidi, capaci di distruggere il mondo libero e democratico per riportarci tutti nel loro medioevo buio e chiuso), ma visto che usano un testo basato su Primo Levi, parliamo del regime nazista.

Probabilmente pensano: i nazisti sono i cattivi, hanno ucciso milioni di persone – e se si spingono un po’ più in là, pensano anche: hanno addirittura organizzato lo sterminio in modo molto burocratico.

Ma non sentono cosa significa. Non capiscono cosa significa essere disumanizzati. Ho suggerito a uno degli studenti-attori di cercarsi in rete foto e filmati, per vedere con i suoi occhi cosa diventavano i prigionieri dei campi di sterminio. Hanno una scena in cui fanno la conta dei prigionieri passati per il campo (174mila e passa a quel momento) e quelli rimasti (circa 10mila) e uno di loro dice qualcosa tipo “e gli altri?”. A quel punto, tutti pensano: eh, gli altri. Il pubblico sa. Il pubblico ha letto la storia. Qualcuno magari ha l’intenzione di guardare in alto. Non perché ci siano gli spiriti in cielo. Perché c’è la cenere. Ma questi ragazzi non lo sanno.

Ma questo non è ancora il vero punto più basso. Loro recitano parole in cui dicono che gli aguzzini hanno portato via loro tutto, persino gli oggetti più banali, per non parlare di quelli carichi di valore affettivo. E pensano che questo sia essere disumanizzati.

E sbagliano. Il piano è molto più radicale.

Non è quando il nazista ti toglie tutto e ti bastona e ti uccide e ti brucia che perdi la tua umanità.

Forse il momento in cui la perdi è quando dalla tua casacca, uguale a quelle di tutti gli altri (altro elemento cardine della spersonalizzazione, assieme ai numeri tatuati, e alla rasatura), si stacca un bottone, e tu rubi il bottone di un tuo compagno di sventure. Perché non è che puoi andare dai nazisti a chiederne uno nuovo. I nazisti non sono passati alla storia come gentili e disponibili.

Ma ancora, non hai raggiunto il punto più basso. Rubi il bottone perché hai paura della punizione. Hai paura delle bastonate, della privazione del cibo, o del proiettile nella nuca. E allora, fanculo, meglio l’altro che te, anche se è un tuo compagno, soffre come soffri tu, (non) ha le tue stesse colpe, ha il tuo stesso nemico. Come recita una ragazza in quello spettacolo di cui sto parlando, è qualcuno che vive le tue stesse sofferenze, il tuo stesso freddo, è dello stesso color del fango che hai tu perché vivete nel fango. Sei sulla “buona” strada per non essere più un uomo, ma non hai ancora raggiunto il punto finale.

Il punto finale è quando rubi il bottone per attaccarlo alla tua casacca non perché temi la punizione, ma solo perché si fa così. Hai superato il punto in cui sopprimi il tuo disgusto e odio per te stesso – per il te stesso che preferisce la propria schifosa sopravvivenza nel fango e nella sofferenza anteponendola al dolore che per colpa tua altri subiranno. Hai superato quel punto e sei arrivato a fare le cose automaticamente, senza pensarci, senza sentire niente. Non solo hai accettato la condizione a cui ti hanno voluto piegare i torturatori, ma l’hai interiorizzata e non sai più uscire da quello schema. Non solo hai perso, hai accettato la sconfitta, ti sei arreso, ma nemmeno ci pensi più. Non ti vengono nemmeno più in mente le alternative. Non pensi al dolore, al senso di odio per la tua colpa, a una vita e un mondo in cui si vive in modo diverso. Non consideri più il “modo giusto”, nemmeno per scartarlo: sei solo un mucchietto di carne pestata con meno coscienza di un vegetaleNon sei più un uomo.

Questo dovrebbero mettere nella recitazione quei ragazzi e ragazze. È a questo che si riferiscono aggettivi come abietto e disperato. Se la scuola insegnasse le cose come si deve, lo saprebbero senza aspettare di studiare la II Guerra Mondiale al quinto anno.

(E il mio futuro, e il futuro del mondo, non sarebbero funestati da altri dittatorucoli integralisti, razzisti, conservatori, stupidi sostenuti da chi non ha capito cosa significa “Giorno della memoria”)

3 pensieri riguardo “Cos’è un uomo?

  1. Senza ovviamente arrivare a livelli da metodo stanislaschi, per entrare del personaggio cattivo e in quello disumanizzato, utilizzerei due riferimenti: rispettivamente, la tortura che la maggior parte dei ragazzini almeno una volta nella vita infligge alle lucertole, e le situazioni da day after, nelle quali la gente assalta i supermercati, scannandosi, per accaparrarsi un po’ di cibo in scatola.
    Va da sé che il primo scenario mi vedrebbe, nell’interpretazione, sicuramente agevolato.

      1. La dinamica del primo caso è differente rispetto a quello della disumanizzazione. Al fine calarsi nei panni del personaggio del cattivo, nella situazione della lucertola torturata, si attua una trasposizione di terzi; nella fattispecie, mettendo l’ebreo al posto del rettile.

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