La prova provata che la scuola italiana ha fallito

Uno scova, saltellando da un link all’altro in modo randomizzato, un post che propone un’analisi – discutibile quanto si vuole – sulle vicende amministrative delle scuole pavesi: manca personale di servizio perché per risparmiare si affida tutto in outsourcing e chi vince i bandi di concorso fa tagli per restare nelle spese.

Va beh. Solita divisione in poli nei commenti, tra lamentosi membri della scuola che subiscono i tagli e lamentosi boh, non so, “cittadini” che pretendono di non sprecare i loro soldi. Trite invocazioni stile “andate a lavorare”, che i docenti lavorano 18 ore a settimana e fanno 4 mesi di vacanza all’anno. Magari! Cioè, si può anche fare eh, basta non preparare le lezioni, non correggere i compiti, non rendersi disponibili ai colloqui con i genitori, non dover interagire con 25-30 individui per volta ciascuno con le sue paturnie e queste cose qui. In pratica, basta non insegnare. Che evidentemente è ciò che hanno fatto i docenti di chi sostiene questa gran vaccata.

Ma ciò che rende meglio l’idea del fallimento della scuola è un commento che dice all’incirca (non so se posso copiaincollarlo, ma parafrasarlo certo che si può, è una posizione espressa in modo pubblico e quindi pubblicamente può essere discussa): quando andavo a scuola io negli anni ’60 (…) c’era una maestra sola e un bidello solo per tutta la scuola, come mai adesso ne servono così tanti?

In effetti non servono. Possiamo tranquillamente accontentarci che la scuola prepari i giovani a vivere nel mondo di 50 anni fa.

L'italica scuola futura e i giovani virgulti pronti ad affrontare il mondo ipertecnologico e iperspecializzato
L’italica scuola futura e i giovani virgulti pronti ad affrontare il mondo ipertecnologico e iperspecializzato

(p.s. non mi piace come “funziona” la scuola italiana oggi, ma certo nemmeno le “soluzioni” proposte da certa gente sono quelle giuste…)

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