Redistribuzione e unintended effects

Il diritto islamico ha tratti inaspettatamente moderni. E quando dico “inaspettatamente”, intendo che forse nemmeno gli estensori di questo diritto avevano in mente il possibile effetto di alcune regole. In particolare di una, che è anche uno dei cinque pilastri della fede maomettana: la zakât, che in genere viene tradotto con “elemosina” o anche “decima“.

Un musulmano ha l’obbligo di elargire parte delle proprie ricchezze a certe categorie di persone, qualificate sia nel Corano che negli aḥadīth:

Il versetto IX, 60 stabilisce: “Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per [la lotte sul] sentiero di Allah e per il viandante”. Secondo l’interpretazione prevalente, i bisognosi sarebbero i musulmani, mentre i poveri sono i cittadini non musulmani. “Quelli incaricati” si riferiscono a tutta l’amministrazione dello Stato. “Quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori” possono essere diverse categorie di soggetti: per esempio, neo-convertiti o i non musulmani utili alla causa islamica per la loro posizione politico-sociale o professionale.

(nota 17, p. 14 di questa dispensa breve e chiara)

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Nella raccolta di aḥadīth di Al-Buhari (o Bukhari) edita (col culo, è piena di refusi in versione ebook) da Utet trovo dei passi interessanti nel commento di Sergio Noja:

Ciò che ogni Musulmano deve dare come zakāh è calcolato su:
1. «prodotti dei campi», cioè tutto quello che i campi producono e che serve per nutrimento dell’uomo, da lui piantato o seminato, e che inoltre si può conservare;
2. «frutta», cioè uva e datteri, espressamente indicati dalla tradizione.

Su queste due prime categorie, la zakāh si deve pagare subito al tempo del raccolto. Inoltre, sempre in queste due categorie, il fedele deve dare come zakāh un decimo se il raccolto ammonta perlomeno a cinque carichi di cammello. Se c’è stato bisogno d’innaffiamento e quindi di maggior lavoro, allora se ne richiede solo la metà, cioè un ventesimo del raccolto;

3. «bestiame», cioè cammelli, buoi e bestiame minuto come capre e pecore.
Per questa terza categoria si hanno norme più dettagliate. La zakāh dipende dal numero e anche dalla specie di animale che si possiede. Va notato che il proprietario di bestiame è obbligato all’imposta se gli animali, durante tutto l’anno di possesso, hanno pascolato liberamente e non sono stati usati per alcun lavoro;
4. «oro e argento»;
5. «mercanzie».
Sulle ultime due categorie il fedele è soggetto all’imposta soltanto se ha posseduto il minimo legalmente determinato.
Della quarta e quinta categoria dei beni soggetti ad imposta, oro, argento e mercanzia, bisogna togliere annualmente come zakāh un quarantesimo.

I valori della mercanzia, alla fine di ogni anno d’imposta, per la determinazione del minimo, devono essere calcolati in oro e argento a seconda di quali mercanzie si sono acquistate con oro e argento. Per mercanzia la legge intende i beni che si sono comperati non per proprio uso ma per esercitarne il commercio.

(Metterei un riferimento preciso ma appunto ho l’edizione ebook, quindi non ho la pagina. Nel testo è il capitolo XXIV)

Mi sembra emergere una concezione particolare: la decima va versata per la redistribuzione e il sostegno ai poveri in base al fatto che i “ricchi” (tutti quelli che possono permettersi di fare questa elemosina) occupano e consumano beni e risorse della comunità. Hanno campi che coltivano, hanno bestiame, hanno oro e argento e mercanzie che commerciano. Come mai possono avere tutto quello?

Perché la comunità lo concede. La legge mantiene l’ordine, e impedisce furti, appropriazioni, omicidi eccetera. Ma la legge viene accettata dai membri della comunità in cambio di qualcosa, e questo qualcosa è la decima che i favoriti versano. Una tassa sulla società stessa, mi sembra.

E a me interessa questo punto di vista perché giustifica l’esistenza della tassazione in società democratiche. Non è una ricostruzione storicista, non è (solo) una spiegazione del perché in società non democratiche i potenti impongono tasse ai deboli: è una giustificazione razionale della tassazione in società nate e sostenute dall’accordo (anche questo non necessariamente realizzato storicamente, sto parlando solo della forma razionale di una società lib-dem) di almeno la maggior parte dei membri di quella società. E questa giustificazione è esattamente questa: i beni non sono di proprietà di nessuno (Hobbes lo dice chiaramente: quando accetti il pactum, cedi il “diritto a tutto/diritto di natura”, quindi i beni sono della società, non dei membri), ma la società-arbitro è incaricata di distribuire la concessione d’uso di quei beni e risorse, in cambio di un risarcimento ai membri che non ne usufruiscono. I beni sono scarsi, e la comunità si accorda per evitare la guerra di tutti contro tutti, e il metodo per evitare la guerra è una distribuzione delle risorse controbilanciata da un pagamento richiesto a chi avrà il godimento di quel bene che diventa indisponibile.

Molto moderno è il punto del diritto islamico che prevede che la tassazione maggiore sia ricaricata su quei beni che non sono utilizzati per il lavoro o per l’uso personale da chi li “possiede”. Per esempio, ricopio due passi del brano di Noja citato sopra:

Va notato che il proprietario di bestiame è obbligato all’imposta se gli animali, durante tutto l’anno di possesso, hanno pascolato liberamente e non sono stati usati per alcun lavoro

[…]

Per mercanzia la legge intende i beni che si sono comperati non per proprio uso ma per esercitarne il commercio.

I beni più tassati sono quelli che incidono sulla comunità senza che siano veramente utili. Sono i beni che danno rendita. Sono quelli che creano poi le differenze sociali. Se un bene ti serve, allora la comunità ti concede di averlo; ma se lo tieni solo per avere una rendita, allora la tassazione è maggiore. E con una tassazione maggiore, è maggiore anche la redistribuzione. Almeno in teoria, poi in pratica è un altro paio di maniche.

Quasi sicuramente, Maometto non aveva in mente questo approccio contrattualista. Riteneva che l’elemosina (sia quella obbligatoria che quella volontaria) fosse un mezzo in più tramite il quale il fedele poteva purificarsi, e in qualche modo potrebbe esserci un fondo di “giustizia sociale” nell’idea di aiutare i bisognosi meritevoli (NB solo quelli meritevoli, anche se in un hadît di quel già citato cap. XXIV della raccolta di Al-Buhari di Utet c’è la storia di un tizio che per sbaglio concede elemosina a un ladro, a una prostituta e a un ricco pensando che siano persone bisognose, ma non lo sono, e il Profeta lo rassicura dicendogli che per stavolta va beh, magari così il ladro smette di rubare, la prostituta di vendersi e il ricco prende esempio e elargisce anche lui).

Potrebbe essere un problema, sia per Maometto sia per tutti coloro che in altre religioni hanno lo stesso principio di essere caritatevoli, spiegare come mai debba esserci quel principio: infatti dovrebbe presupporre una distribuzione iniqua di beni e risorse, e quella distribuzione sarebbe da imputare al dio onnipotente di quella religione. Ma potrebbero anche rispondere che la distribuzione iniqua è un mezzo voluto dal dio per permettere agli uomini di esercitare la preziosa virtù della carità. Alcuni monaci buddhisti per esempio, pur senza avere un riferimento a una divinità creatrice, condividono la posizione che il loro elemosinare il cibo sia utile a chi quel cibo lo mette nelle loro ciotole, appunto esercitando la virtù specifica. Anche l’8×1000 funziona così, no? Tutto per il nostro bene.

Ma a prescindere da cosa aveva in mente Maometto, ecco appunto l’unintended effect: una posizione simile, in un contesto in cui le nazioni islamiche evolvessero verso un sistema “democratico” (anche se è un processo ancora di là da venire: le rivolte tunisine che tanto scalpore hanno fatto e tante speranze hanno svegliato con la rivoluzione dei gelsomini hanno prodotto in realtà una bozza di Costituzione che prevede un califfato universale e come prima affermazione la legge della Shari’a – vedi appendice di questo libro…), avrebbe come portato implicito la ridefinizione dei rapporti sociali in base al concetto di una redistribuzione dal più ricco al più povero fondata su quanto il più ricco “sottrae” tramite concessione al resto della comunità (detto in termini semplici: le concessioni da parte della comunità dovrebbero essere fatte pagare più care). E sarebbe un risultato salutare anche per le democrazie occidentali.

4 pensieri riguardo “Redistribuzione e unintended effects

  1. “la distribuzione iniqua è un mezzo voluto dal dio per permettere agli uomini di esercitare la preziosa virtù della carità”

    Io la considererei piuttosto un “trucco della natura” per stimolare gli uomini a fare di più.

      1. Oh bella, non mi pare. Dico, vuoi forse affermare che ho in potenza un’attività molto più redditizia del lavoro che faccio e non me ne sono mai reso conto?

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