Sati, smetti le coglionate

buddhaI testi buddhisti riservano divertenti sorprese. E a dirlo mi sento strano come quel prof che iniziò un lettorato su Hegel, quando facevo l’università, dicendo che Hegel è divertente e poi mettendosi a ridere sguaiatamente. Ho mollato quel lettorato. A titolo di informazione su di me.

Comunque, ecco cosa si può incontrare: nella comunità che si era raccolta attorno al Buddha, iniziavano già le divisioni dottrinarie, tra innovatori, gente che non ha capito, e tutori della tradizione:

Così ho udito. Una volta il Beato soggiornava presso Savatthi, nel Boschetto di Jeta, nel giardino di Anathapindika. In quel tempo un monaco di nome Sati, figlio di un pescatore, aveva concepito quest’errata opinione: «Così io comprendo la dottrina insegnata dal Beato: questa nostra coscienza erra e trasmigra immutata». Molti monaci udirono che costui aveva concepito questa errata opinione, perciò si recarono da lui e, giunti, gli dissero: «È vero, o amico Sati, che tu hai concepito quest’errata opinione: “Così io comprendo la dottrina insegnata dal Beato: questa nostra coscienza erra e trasmigra immutata”?». «Sì, è così, amici, io comprendo in tal modo la dottrina insegnata dal Beato: la nostra coscienza erra e trasmigra immutata». Quei monaci, allora, desiderosi di distogliere il monaco Sati, il figlio del pescatore, da quest’errata opinione, gli chiesero delle spiegazioni, lo interrogarono, gli dissero: «Non parlare così, amico Sati, il Beato ha detto in vari modi che la coscienza è coprodotta condizionatamente, affermando che, senza condizione, non si dà nascita della coscienza». Ma il monaco Sati, il figlio del pescatore, benché fosse così sollecitato, richiamato ed esortato da quei monaci, restò tuttavia ostinatamente fermo nella sua errata opinione e, mantenendo il punto, disse: «Davvero, amici, io comprendo in tal modo la dottrina insegnata dal Beato: questa nostra coscienza erra e trasmigra immutata».

Sati ha la testa dura, è figlio di un pescatore e di un mulo. Sbaglia, non ha capito cosa ha detto Buddha, e il testo lo dice chiaramente (“errata opinione”). Ma tutti i monaci gli parlano e cercano di fargli capire che no, le cose sono in modo diverso da come pensa lui. Solo che non riescono a convincerlo. E allora cosa fanno i monaci?

Quando i monaci si avvidero che non potevano distogliere il monaco Sati, il figlio del pescatore, dalla sua errata opinione, si recarono là dove si trovava il Beato e, ivi giunti e salutatolo riverentemente, gli si sedettero accanto. Dopo che si furono seduti, così dissero al Beato: «O signore, un monaco di nome Sati, figlio di un pescatore, ha concepito la seguente errata opinione: “Così io comprendo la dottrina insegnata dal Beato: questa nostra coscienza erra e trasmigra immutabile”. Dunque, noi udimmo che tale era l’opinione di Sati, il figlio del pescatore, perciò, recatici da lui, gli domandammo se quanto diceva fosse vero. Proprio per questo, perché non siamo riusciti a distogliere il monaco Sati, il figlio del pescatore, dalla sua errata opinione, ora riferiamo la faccenda al Beato».

Vanno a fare le spie al maestro.

E cosa fa Buddha?

A questo punto il Beato si rivolse a uno dei monaci: «Va’, o monaco, e di’ in nome mio al monaco Sati, il figlio del pescatore: “Il maestro ti chiama, amico Sati”».

Lo manda a chiamare.

Il monaco assentì dicendo: «Bene, signore» e si recò là dove si trovava il monaco Sati, il figlio del pescatore

Tra parentesi, notate che Sati viene continuamente identificato come figlio del pescatore? Magari c’erano più monaci con lo stesso nome, magari è solo una formula fissa per la trasmissione orale, magari è un modo di distinguere ‘sto pezzente da Siddharta, principe figlio di re.

e ivi giunto, gli disse: «Il maestro ti chiama, amico Sati». Il monaco Sati assentì dicendo: «Bene, amico» e si recò là dove si trovava il Beato. Giuntovi e salutatolo riverentemente, gli si sedette accanto.

Con quale pignoleria viene riportato il dialogo e la sequenza di azioni

Allora il Beato gli disse: «È vero Sati, che tu hai concepito la seguente errata opinione: “Così io comprendo la dottrina insegnata dal Beato: questa nostra coscienza erra e trasmigra immutata”?». «Sì, signore, è così».

Attenzione: Sati non viene più chiamato amico. E la sua opinione viene identificata immediatamente come errata dal mastro in persona. Tira una brutta aria. Ma si sa che Buddha è buono e pacifico fino al limite del pacioso, no?

«Che cosa è questa coscienza, Sati?». «È quella, o signore, che sperimenta qua e là il risultato delle azione buone e cattive».

Bene: interrogato, il monaco risponde. Adesso si sistema tutto.

«Da chi, o sciocco, hai appreso che io abbia insegnato una simile dottrina? Non ho forse detto in molti modi, o sciocco, che la coscienza è coprodotta condizionatamente, affermando che senza condizione non si dà nascita della coscienza? E tu adesso, o sciocco, senza avere bene inteso, ci critichi, danneggiando te stesso e procurandoti abbondante demerito spirituale. Questo, o sciocco, ti riuscirà di danno e dolore per lungo tempo».

Uh. Il cazziatone. E a Sati è andata ancora bene che uno dei pilastri del percorso “inventato” dal Buddha è il controllo della parola: non si dicono parolacce o insulti o cose brutte.

Allora il Beato si rivolse ai monaci:

Non è ancora finita: bisogna umiliare Sati di fronte alla comunità. Che strana pedagogia!

«Che ne pensate voi, monaci? Il monaco Sati, il figlio del pescatore, ha acceso anche solo una scintilla di saggezza riguardo a questo insegnamento e a questa disciplina?». «E come sarebbe possibile, signore! No certo, signore!»

Povero piccolo figlio del pescatore.

Udito questo colloquio, il monaco Sati, il figlio del pescatore, si sedette ammutolito, turbato, abbattuto, con lo sguardo rivolto a terra, mortificato, smarrito. Il Beato, allora, come lo vide in questo stato, gli disse:

E ci aspettiamo che adesso venga fuori la compassione

«O sciocco, diverrai noto per questa tua opinione; ora interrogherò i monaci».

Ma la compassione? Niente. Non è roba dei testi più antichi, ma della dottrina Mahayana (l’arahant dei testi antichi non è il bodhisattva dei testi posteriori!). Sati verrà sputtanato in eterno, e considerata la cosmologia buddhista, anche in tutti gli universi possibili.

E così detto, il Beato si rivolse ai monaci: «Anche voi, monaci, intendete la dottrina insegnata da me come il monaco Sati, il figlio del pescatore, che, senza averla bene intesa, ci critica, danneggiando se stesso e procurandosi abbondante demerito spirituale?»

Immaginiamo una faccia severa.

«No certo, signore! Poiché in vario modo, o signore, il Beato ha detto che la coscienza è coprodotta condizionatamente, affermando che, senza condizione, non si dà nascita della coscienza».

Scolaretti ordinati.

«Benissimo, o monaci, voi comprendete davvero bene la dottrina che vi ho insegnato. Infatti, o monaci, vi ho detto in vario modo che la coscienza è coprodotta condizionatamente, affermando che, senza condizione, non si dà nascita della coscienza. Ma ecco che il monaco Sati, il figlio del pescatore, senza avere bene inteso, ci critica, danneggiando se stesso e procurandosi abbondante demerito spirituale; la qual cosa riuscirà a questo sciocco di danno e dolore per lungo tempo».

Sati ormai pensava che la tempesta fosse passata, che Buddha se lo fosse dimenticato. Ma no! Bisogna dare la mazzata finale.

Chissà poi che fine ha fatto il figlio del pescatore.

6 pensieri riguardo “Sati, smetti le coglionate

  1. Ma poverino!

    [Però «la nostra coscienza erra e trasmigra immutata» è decisamente meglio di «la coscienza è coprodotta condizionatamente (…), senza condizione, non si dà nascita della coscienza.» (dico così perché capisco la prima ma non la seconda)]

  2. http://www.canonepali.net/sn/sn_libro12/sn12-23.htm
    un “riassunto” della coproduzione condizionata (o genesi interdipendente). In sostanza: non c’è un principio primo, ma ogni cosa è generata da ogni altra cosa.

    (E se le cose stanno così: la coscienza non esiste se non esistono le condizioni che la generano, quindi può esistere solo “qui e ora” perché solo qui e ora si danno “queste” condizioni, quindi non può “errare e trasmigrare immutata”)
    (Per inciso, questo demolisce anche la concezione volgare di kamma [pali] o karma [sanscrito], perché non è che se io mi comporto male allora in una prossima vita sarò punito. Non esiste “io”, esistono delle condizioni, degli eventi che si trovano ad accadere contemporaneamente, ma non hanno tra di loro alcun altro vincolo che la contemporaneità, quindi non può esistere un “io” che si reincarna, quindi nemmeno un kamma inteso come lo intende il discorso comune)

    Mi piace sottolineare come il buddhismo (almeno quello delle origini) sia ben lontano dall’immagine stile volemosebene-fricchettone che passa in senso mediatico

    1. Ecco perché, se solo leggo cose che ho scritto tre anni fa, stento a riconoscermi.

      (grazie per la pillola di conoscenza)

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