So di non sapere, meglio mettere condimento

Aparicio Socrate
Aparicio Socrate (Photo credit: Wikipedia)

Togliendo tempo al sonno, sto cercando di tradurre i brani socratici che ho recuperato tempo fa. Sono pezzi sparsi, niente di corposo, non sembrano esserci interi dialoghi ma appunto solo brani. Come se fossero scarti della produzione platonica. O come se fossero apocrifi. O come se fossero dei falsi posteriori, ma chi lo sa, ci andrebbe un vero esperto per capirlo.

Oggi sono in grado di pubblicare una nuova sequenza dialogica, poche frasi, pochi scambi, ma comunque interessanti per gli studiosi. Parlano Socrate e Diote, quindi se ho nominato il primo brano Maccoao dal nome dell’interlocutore di Socrate, potremo chiamare questo dialogo Diote. Vorrei sottolineare la finezza della scelta dei nomi: non sappiamo se gli interlocutori di Socrate siano veramente esistiti – qualcuno sì, di sicuro, ma non sappiamo se si siano svolti quei discorsi. Comunque, in questi brani che sto traducendo incontriamo dei nomi parlanti, fateci attenzione.

Diote – E quindi Epimenide mi ha raccontato che gli ha detto suo cugino che ha comprato il vero teschio del Minotauro, ma come noto i cretesi mentono, quindi quello che mi ha raccontato Epimenide è per forza falso.

Socrate – Ecco Diote, ecco quello di cui parlavamo: hai commesso un errore di ragionamento

D – E quale, Socrate?

S – Sei partito da una generalizzazione, la quale dovrebbe essere prima dimostrata fondata e vera, e da quella generalizzazione infondata hai dedotto quella che ritieni essere una verità particolare indiscutibile.

D – Eh?

S – Hai giudicato su basi traballanti

D – Ah.

S – Eh.

D – Dunque?

S – Caro Diote, i tuoi genitori ti hanno fatto un pessimo servizio a darti quel nome, ma non hanno sbagliato il bersaglio

D – Dimmi, o Socrate, in quale punto il mio giudizio è uscito dai binari

S – È successo quando, come dicevamo, hai accettato una generalizzazione priva di prove come se fosse una verità fondata.

D – C’è rimedio?

S – Lo ignoro. Inoltre, in seguito a quella assunzione tu hai proferito una vera affermazione, su Epimenide, stimato commerciante cretese, calunniandolo senza ancora poter dimostrare che abbia commesso azioni riprovevoli.

D – Lo sanno tutti che Epimenide mente!

S – Di nuovo un errore di ragionamento, Diote: se tutti sanno che X, ancora non è dimostrato che X. Pensa a quanto tutti dicono di me.

D – Dici quella storia di quando Alcibiade era un ragazzino?

S – Noooo! Diote! Dico di quando dicono che sono il più sapiente degli uomini!

D – Quindi non lo sei?

S – Non lo so, questo è il punto. Sento al mercato o in piazza voci sull’oracolo che mi riguarda, e alcuni sostengono che sia da intendere così: sa di non sapere, perciò è il più sapiente degli uomini. In realtà, quello che non so è se sono o no il più sapiente. Certo in tua compagnia i dubbi scompaiono, cosa di cui ti ringrazio…

D – Sono io che ringrazio te, o Socrate! Mi fa piacere che la mia presenza ti aiuti così tanto!

S – … lascia stare, non parliamone nemmeno. Stavo dicendo che non so se sono il più sapiente degli uomini, ma di certo so di essere sapiente. Cammino per tutta la città e vedo solo gente piena di sé, e quando mi capita di sentire un retore – salvo solo Protagora – non riesco a fare a meno di individuare tutti gli errori di ragionamento nei suoi discorsi. E la faccenda si aggrava quando a parlare è il comune cittadino. Tutti commettono errori di ragionamento, e fatico a sopprimere la voglia di fermare ciascuno per fargli notare i suoi errori

D – Certo, Socrate, si nota che fai fatica: tu davvero fermi tutti per strada, o entri nelle loro case!

S – Qualcuno deve pur farlo!

D – Potrei farlo io

S – Ho visto dei campanelli con su l’adesivo “Testimoni di Socrate, siete pregati di non disturbare in questa casa”

D – Non stiamo disturbando

S – Mi paragonano a un tafano

D – Nobile animale!

S – Diote… caro Diote… se mai avrai figli, fa’ in modo che i loro seggioloni siano più bassi di quello che avevi tu. Tornando al nostro discorso: la mia impressione è che le persone trovino antipatico chi fa loro notare gli errori che commettono nel ragionamento. In questo modo quegli errori non saranno mai estirpati, e si tramanderanno tra le generazioni.

D – Ma Socrate, mi chiedo: come fai a essere sicuro che sia l’altro a commettere un errore di ragionamento? Non è possibile che sia tu ad avere così interiorizzato un errore da non avere più un giudizio affidabile?

S – … Diote, se così fosse, lo saprei.

D – Non capisco: mi sembra che se la tua capacità di giudizio fosse compromessa, non saresti nemmeno in grado di accorgerti della compromissione. Ma io non sono il più intelligente degli uomini.

S – Bene Diote, allora segui questo ragionamento: chiameresti “pilota” un individuo che non sa guidare una nave?

D – Credo di no

S – Allo stesso modo, non possiamo chiamare intelligente chi commette errori di ragionamento, giusto?

D – Credo di si

S – Quindi colui che viene chiamato intelligente, per forza di logica, è qualcuno che non commette errori di ragionamento

D – Sembra proprio così

S – I concetti non possono essere fallaci: intelligente è chi non commette errori di ragionamento, hai accettato quella definizione

D – In realtà preferirei una definizione diversa: intelligente è chi sa scegliere i mezzi migliori per il proprio fine. Ma il rispetto che ti è dovuto mi fa cambiare idea.

S – O Diote, non ti farò notare che questo è un ennesimo errore di ragionamento, perché questa volta viene a mio favore, quindi sto scegliendo un mezzo adatto al mio fine, quindi sono intelligente

D – Mi raccontava un altro mio cugino che un suo antenato conosceva un marinaio che aveva ascoltato in un bar di Creta la vera storia dell’incontro tra Ulisse e Polifemo, che mentre Polifemo spiegava a Ulisse tutti gli errori commessi dai greci a Troia e poi nella scelta delle rotte per il ritorno in patria, Ulisse rispondeva «Prima di guardare le pagliuzze negli occhi degli altri, pensa alla trave che è nel tuo occhio!»

S – E tu ti fidi dei racconti di un cretese?

Questo brano è strano rispetto allo standard platonico perché non c’è la chiara e schiacciante vittoria di Socrate. L’unico altro esempio di un simile evento è nella prima parte della Repubblica, quando Socrate non risponde agli argomenti di Trasimaco ma cambia discorso. Inoltre ci sono differenze stilistiche rispetto al Maccoao.

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