Guerre di identità

La differenza tra Europa e resto del mondo è anche in questo, o forse solo in questo: non abbiamo interesse all’identità.

mappa dei luoghi comuni del mondo
mappa dei luoghi comuni del mondo

Non è del tutto così, va bene, ma seguite lo spiegone: i popoli arabi e tutti gli altri popoli usciti da poco dalla colonizzazione (francese e inglese soprattutto, i casini che hanno fatto francesi e inglesi nel mondo non li ha fatti nessun altro, anche se poi gli inglesi si salvano per i filosofi e per la birra) hanno cercato di costruire una identità come nazione. Il percorso dell’identità nazionale in Europa risale a quasi 1000 anni fa, quindi è successo anche qui, ma è successo quando c’era poca gente, non esisteva la comunicazione immediata dei mass media, e soprattutto quando non esistevano le armi di oggi. I fanatici c’erano. Comunque, il concetto di nazione è bello che finito. Non ha più senso. Non ne ha perché tutti, dal ragazzino che comunica via internet con l’amico che vive in un’altra nazione (l’amico-di-matita di Charlie Brown era già un preludio) fino al grande capitalista che muove capitali e lavoro in nazioni diverse, tutti hanno già la mente proiettata a una dimensione internazionale. Sovranazionale. Concettualmente, non abbiamo problemi a considerare “uguali a noi” danesi, rumeni, inglesi e così via. Li pensiamo nei termini della loro nazionalità solo perché parlano quella lingua e vivono in quel posto, quindi solo per comodità geografica, ma nel momento in cui comunichiamo tutti nella stessa lingua, generalmente in inglese, non ci interessa che la loro nazione sia concorrente o nemica della nostra, non ci pensiamo. La nuova rete di relazioni quindi rende inutile il concetto di nazione in termini morali. Invece i popoli che escono dalla colonizzazione, quelli che ne sono usciti negli ultimi 60 o 70 anni, sono partiti con il piede sbagliato. Hanno scelto di puntare sul concetto di nazione. Che non è un concetto della loro cultura, ma di quella europea. Sto leggendo un libro sulle primavere arabe, e l’autore, sparpagliati tra un mucchio di considerazioni continentaloidi totalmente inutili e a tratti fastidiose (sembra il tipico intellettuale da salotto, o quello che il prof con cui mi sono laureato chiamava “filosofo da Rive Gauche col Pernod”)(piccolo inciso: avete visto la pubblicità della collana “Il caffè filosofico” che uscirà con Repubblica e L’Espresso? I vari filosofi sono ripresi mentre sono in locali da Gran Ballo viennese, ultraborghesi, raffinati e tutte quelle boiate – poi non si lamentino se l’immagine del filosofo nella società è quella di chi non ha un cazzo da fare perché tanto è ricco e può buttare tempo) – dicevo, l’autore del libro racconta che sono stati i gruppi intellettuali più vicini alla cultura europea a impiantare il sistema-nazione in quei Paesi. Poi sono stati scavalcati da nazionalisti arabi nasseriani, da liti per il controllo tra diverse famiglie regnanti in diverse “nazioni”, dalla difficoltà di ridurre i clan a un sistema di regole facendo loro abbandonare il sistema familistico-clientelare tipico. A questo punto, visto che lo Stato è fallito, sono emersi altri modi di cercare l’unità e il riscatto, e ci si è buttati sulla religione in modo integralista. Il punto è che tutte le popolazioni che escono dalla colonizzazione hanno sentito il bisogno di darsi un’identità distinta, per segnare il distacco dal precedente dominatore. E qui hanno fatto un errore. Non hanno approfittato dell’esempio del dominatore, che aveva già tentato la strada identitaria. E aveva già visto a che punto portava (guerra. Guerra per le terre, guerre di religione, milioni di morti per stronzate che interessano solo alle famiglie regnanti). Stanno ripetendo gli stessi errori. Che non è un modo intelligente di imparare le cose. La differenza, dicevo, è che noi europei abbiamo sviluppato, avendo commesso quegli errori, teorie filosofiche, etiche e politiche che dell’identità fanno a meno. Noi abbiamo inventato il pluralismo. Anche il relativismo. Lo scetticismo. Il cosmopolitismo risale addirittura a 2500 anni fa. Sempre nato – sarà un caso – dall’esperienza della fine di un’impresa coloniale. Noi siamo liberaldemocratici. Abbiamo imparato, spargendo sangue, che una concezione sostanziale di bene non esiste, non è condivisibile da tutti, quindi è impossibile dire che siamo tutti uguali. Infatti, più che uguale direi indifferente. Il prossimo è indifferente. Non è uguale, perché ha sue esigenze, abitudini, ragioni, ma non mi crea problema che sia non-uguale a me, che non abbia la mia stessa identità. Imporre un’identità è una violenza. E la violenza chiama violenza. Se non ci fosse la causa quindi non ci sarebbe l’effetto: tolta l’identità nazionale imposta ai cittadini-sudditi, viene tolta la violenza. Questo in teoria. Ma esistono persone che dell’identità non riescono a fare a meno. Sono integralisti, fascisti, squadristi, comunisti – isti. Se non possono imporre il loro modo di vivere, ricorrono alla violenza. Non comprendono che nessuno attenta alla loro identità, che possono tranquillamente mantenere un’identità e radunarsi con altri che la pensano come loro. Il limite che non devono superare però è l’imposizione di quella identità a chi non la vuole. La mancanza delle primavere arabe, e di movimenti indipendentisti simili, è che non riescono a sganciarsi dal bisogno di identità. Non sono capaci di fare il passo verso il pluralismo. Non riconoscono la libertà dell’altro.

7 pensieri riguardo “Guerre di identità

  1. Premetto che convengo con la tua analisi identitaria e la conseguente malattia da cui sono afflitti i fondamentalisti.
    Muovo un rilievo al concetto di uguaglianza: così come la metti, è dare un completo avallo della classe dominante di continuare il suo esercizio di dominio, ché tanto siamo tutti uguali e tutti indifferenti.
    Il punto è che, mentre i paesi (per semplificare) non occidentali percorrendo una strada identitaria, possono accettare e accogliere di buon grado le differenze sociali (dall’emiro al giardiniere dell’emiro), in Occidente – se ti fermi a questo giochino bello del pluralismo – fai il gioco della classe padronale (capitalisti in testa), e – a poco a poco – tutta l’evoluzione sociale frutto di numerose e faticose lotte, andrà a farsi fottere in un’involuzione (è quel che sta accadendo).

    1. Luca, senza entrare nel merito dell’ideologia ché tanto l’avrai capito che non sono comunista, la nostra società è infinitamente più articolata di quella del 1800. Ricondurre tutto a sfruttati e sfruttatori è una semplificazione che non sta in piedi.
      Dove lo collochi un libero professionista?
      E un ricercatore o un artista?
      L’evoluzione di questa società non è l’essere divisa in classi, non è questo che rende preziosa la nostra, per tanti aspetti, merdosissima parte del pianeta, ma il fatto che a te sia garantito il diritto di fare, dire e pensare diversamente da me e viceversa.
      Questo grazie all’illuminismo, alla rivoluzione francese-borghese e ad un percorso che è sconosciuto al mondo arabo e su cui abbiamo il dovere e il diritto di non transigere.
      Chiedo scusa ho fatto di nuovo il pippotto.

      1. Giovanni, sto leggendo Marx, ma non so se posso dirmi comunista. Provo a rispondere: non ho diviso tra sfruttatori e sfruttati, ma tra chi detiene lo status quo (il dominio, il potere) e chi no (nel senso che, convengo, ci sono persone che non sono sfruttate ma che, allo stesso tempo, non sfruttano alcuno); tuttavia, per me, le categorie che citi, secondo varia gradazione, sono tutti lavoratori che non sfruttano il lavoro altrui.
        Il problema che mi pongo da ben prima che mi prendessi la briga di leggere Il Capitale è: la nostra preziosa (e merdosa) società borghese è l’approdo definitivo oltre il quale non è dato evolversi (in meglio, chiaro)? Io penso che impedirsi ogni critica alla nostra società liberale partendo dal presupposto che intorno ad essa ci sono società ben più merdose e criminogene, porti inevitabilmente alle incrostazioni di classe di matrice feudataria (come sta di fatto già avvenendo).

  2. @Luca: non ho capito. I paesi non occidentali si tengono le differenze sociali perché perseguono politiche identitarie E i paesi occidentali si tengono le differenze sociali perché non hanno un codice etico superiore?

    @Giovanni: non sono convinto dei pregi postumi della rivoluzione francese… Sono più convinto che le radici della libertà occidentale stiano proprio nel pensiero delle popolazioni germaniche, in primo luogo britanniche. Dalla Magna Charta in giù. Passando per Enrico VIII. Per gli scozzesi del ‘700. Per gli industriali dell’ ‘800.
    E poi sì, appunto, il mondo arabo non ha conosciuto questo percorso, perché è rimasto organizzato in clan e sono state le famiglie e i loro clientes a fare la storia di quelle aree (fin dalla morte di Maometto, peraltro, non solo nel periodo di decolonizzazione). Un controllo della terra, del territorio, mafioso.

    Quello che succede oggi, detto in modo molto semplicistico, è che lo stile mafioso-clientelare scavalca anche in Occidente lo stile delle regole e delle carte dei diritti.

    1. No, mi sono spiegato male.
      Esemplifico: prendiamo due arabi, un emiro e un disoccupato, entrambi sunniti. Tutt’e due si riconoscono nella medesima identità e lottano contro gli infedeli con lo stesso afflato – ed è la fede nell’identità che impedisce al disoccupato di capire che, più che lottare contro l’Occidente, gli converrebbe scagliarsi contro l’emiro e tutto il sistema di potere feudale che depreda la ricchezza mediorientale (con la complicità occidentale, ok).

      E vengo a noi occidentali che viviamo in società liberal-democratiche. L’identità non è più un collante, né – credo – una fede specifica. Allora cos’è che ci frena nel realizzare pienamente i diritti sanciti dalle nostre costituzioni, della libertà, della fraternità, dell’uguaglianza? È innegabile che le differenze sociali di reddito e di capitale impediscono la realizzazione di tali principi, che restano belli intonsi sulla carta (in Italia, soprattutto). Ora, io dico, inutile star qui a cantarcela su come sono belle le nostre costituzioni più belle del mondo se poi chi ne gode è solo una parte minima – e non tanto, bada bene, perché ha i talenti per essere sul piedistallo (la famosa meritocrazia del cazzo), ma perché o è figlia di, o è raccomandata da, o a succhiato l’uccello a (ops, questo può essere un merito!), quanto perché occupa posizioni di dominio che si basano sulla ricchezza o sull’appartenenza a questo o a quel clan.

  3. Credo ci sia un passaggio in più da fare: non sono le differenze di capitale e di reddito a impedire la realizzazione degli ideali occidentali, ma i comportamenti mafiosi, clientelari, cla(u)nistici di chi vive all’estremo positivo di quelle differenze.
    Ovvero tutti quei comportamenti che con l’ideale occidentale non hanno niente a che spartire. Parafrasando il marchese d’Azeglio, fatte le costituzioni bisogna fare i costituzionisti. Le costituzioni sono aspettative, pensieri normativi che vanno al di là, che dovrebbero ispirare, ma la gente – e non solo i ricconi, ma anche il cugino che chiede al parente un posto da bidello o da autista di pullman comunali – vive come l’arabo che cerca nell’identità, nella fede la “felicità”.
    Se ci sono dei corruttori, ci sono per forza anche dei corrotti, e i corrotti sono quelli che invece di rispettare la legalità – e quindi rispettare il prossimo – preferiscono la scorciatoia del favore al potente o del potente di turno, che cercano in famiglia, tra gli amici. I ricconi si credono al di sopra della legge, ma è normale perché non c’è una legge veramente internazionale che li possa perseguire. E questa legge internazionale non esiste perché ancora resistono gli Stati-nazione anche se concettualmente sono superati. Nel momento in cui l’occidente decidesse di fare il passo logico successivo, ovvero un’unione sovranazionale, ci sarebbero gli strumenti per perseguire i grandi corruttori, ma al momento sono più facili da colpire i corrotti, solo che non vogliamo, perché facciamo così da sempre – perché i corrotti siamo noi, i nostri cugini, i nostri amici.

    Il mio punto, in sostanza, è che non si possono addebitare al sistema le colpe degli interpreti. Almeno non al sistema occidentale, che è il migliore disponibile da un punto di vista “filosofico”.

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