Lo squash in Pakistan

Questa mattina, vedendo di sfuggita un tg con lettura dei quotidiani, ho visto che leggevano un pezzo di Repubblica su una giocatrice di squash pakistana. Ho provato a cercare il pezzo online, ma ho trovato solo un articolo che risale a febbraio.

Per farla breve, questa ragazza, Maria Toorpakay Wazir, vuole giocare a squash ma i talebani lo vogliono impedire perché è una donna – è nata nel Waziristan, una regione del Pakistan dove il conservatorismo religioso è molto radicato.

Maria Toorpakay con i genitori
Maria Toorpakay con i genitori

Per non essere troppo sintetici: questa giocatrice di squash ha iniziato la carriera sportiva quando a 12 anni vinse una gara di sollevamento pesi. Gara mista, con maschi. Anzi, in realtà gara maschile perché le donne non possono fare sport, in regioni talebanizzate (ma non è una questione di islamismo, basta ricordare come è stato considerato il corpo nel cristianesimo, non solo il corpo femminile). Infatti per partecipare dovette tagliare i capelli e farsi passare per maschio.

Dopo l’exploit la ragazza continuò con lo sport, fino a conoscere lo squash. Lì, la folgorazione: sarebbe diventata campionessa mondiale. Dopo il tentativo di competere di nuovo contro i maschi, ma senza successo. “Relegata” ai campionati femminili, ben presto li dominava. Ora è fuggita dal Pakistan e si allena in Canada, sotto le cure di Jonathan Power, campione di quello sport.

Due cose mi hanno colpito: primo, ovvio, la stupidità della proibizione talebana. Che sembra dettata da paura, perché non le era proibito partecipare ai campionati femminili, ma quando è riuscita a battere dei maschi, apriti cielo!

Secondo, il coraggio di suo padre, che va contro tutte le “tradizioni” locali. È stato suo padre ad accompagnarla alla prima gara, è stato suo padre a farla partecipare contro i maschi, è stato suo padre a mandarla via di casa per proteggerla e permetterle nello stesso tempo di realizzarsi. E suo padre, se la biologia non è campata in aria, è un uomo, che dovrebbe attenersi alla cultura locale che vorrebbe la donna sottomessa e l’uomo in comando:

“In our area, girls are not even allowed to leave their family homes,” explains her father.

“They wear a veil all the time and are always accompanied by male family members. When people saw Maria and realised that she did not wear a veil and that she played squash wearing shorts, they were shocked. They said she had brought dishonour to our tribe and they criticised me heavily for it.”

A letter was pinned to the window of Wazir’s car telling him to stop his daughter from playing squash because it was “un-Islamic and against tribal traditions”.

It threatened “dire consequences” if he did not act.

But he maintained that if his daughters wanted to pursue a career in sport, he would support them.

(…)

“In our society people celebrate when a boy is born and they are aggrieved when a girl is born – this attitude must change. I want every tribal girl to have the same chances as other girls.”

E ancora, sempre parole del padre:

“They (religious elders) sent me to a mental asylum ‘cause they thought that I had deviated from the culture, and that I was crazy supporting women’s rights,” he recalled.

Ora, questo post avrebbe potuto diventare un pippone contro gli antropologi relativisti, quelli che dicono che ogni cultura è buona perché adatta al luogo in cui persiste, e sono evidentemente idioti perché vorrei vedere loro se fossero nati nelle condizioni delle popolazioni che studiano – non avrebbero potuto pontificare contro l’imperialismo culturale occidentale perché avrebbero dovuto occuparsi delle capre (i maschi) o fare figli e cucinare (le donne).

Poteva diventare un pippone anti-religioso, sul danno che può fare la religione a una società che non ha più bisogno della religione per mantenersi coesa e affrontare la vita – visto che la vita di oggi è molto diversa, siamo tutti connessi, è facile raggiungere altri luoghi, non c’è isolamento, possiamo affrontare epidemie e carestie ecc.

E poteva anche diventare un pippone pro-sport femminile, comprendendo un po’ tutte le sfaccettature: quelle etiche, sociali, e anche quelle estetiche (avendo conosciuto giocatrici di basket, istruttrici di palestra/pesi, atlete di atletica, di pallavolo, persino una pugile! o si dice pugilessa? Fa lo stesso).

Poteva, ma è domenica mattina e non ho voglia.

2 pensieri riguardo “Lo squash in Pakistan

  1. Credo invece che sia proprio una questione di islamismo, così come lo era di cristianesimo in passato.
    Il paragone di fatti contemporanei con simili di qualche tempo fa alimenta un clima di tolleranza verso quella che non bisogna aver timore di definire barbarie.
    Repubblica dava notizia della possibilità per le donne musulmane di gareggiare a Londra con la Hijab se lo avessero voluto, bontà del CONI, come di una conquista per queste atlete e non sottolineando il fatto che in Iran, per fare un esempio, una donna a capo scoperto è perseguita con il carcere fino a dieci mesi rendendo il “se lo vorranno” ipocrita e complice di un regime odioso.
    scusa, il pippotto l’ho fatto io.

  2. Certo, non intendevo assolvere (infatti ho riportato i passi in cui il padre dice che è stato accusato di non essere un buon musulmano), dicevo solo di non limitarsi a quello. Non sono solo gli islamici (integralisti o meno) ad avere quella concezione della donna.

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