Le ideologie da libertadores posticci

Leggo un rimando a una notizia: nei suoi ultimi momenti da presidente del Venezuela, Chavez ha immaginato una politica economica per il suo Paese che prevedeva il ritorno in patria dell’oro depositato in banche straniere, e l’acquisto di altro oro usando le riserve in dollari, per cambiare i dollari in oro. Il risultato doveva essere, nei piani, la stabilizzazione di un’economia durante un periodo di crisi finanziaria. L’oro aumentava di valore. Era cosa buona averne in cassa, meglio l’oro che qualsiasi valuta. L’oro qualcuno te lo può ricomprare, una valuta di un Paese fallito no.

Il problema è che quest’anno l’oro ha perso valore. Magari perché quelli del Bilderberg si sono riuniti per decidere che era ora di tornare a giocare con le valute, quindi i grandi fondi comprano valute usando l’oro, boh. Non lo so. Il punto è che le riserve venezuelane hanno perso il 25% del loro valore. Uno potrebbe dire: ok, ma l’oro è lì, era un piano che guardava al futuro, non al breve termine. L’oro è valore da boh, 5mila anni, continuerà a esserlo. Va bene, però intanto il Venezuela ha debiti da pagare, e trovandosi con un quarto di fondi in meno farà molta molta fatica. L’articolo sul Sole24Ore cita un altro dato: le assicurazioni contro il fallimento dello Stato venezuelano hanno triplicato il premio, in parole poverissime (e non precisissime, ma capiamoci per analogia). Significa che non c’è molta fiducia nella tenuta di quello Stato.

Ora, che cazzo me ne frega del Venezuela, direte voi 4 lettori?

Ho motivazioni. Da vecchio studioso di cose bolivariane, interessato ai processi di indipendenza nell’America Latina – Bolivar era venezuelano, che lo sappiate, anche se oggi è la Bolivia a portare il suo nome (riguardatevi il video che ho inserito qui, si dice chiaramente “el gobierno bolivariano” che pensa al futuro del Venezuela – e il Venezuela è ufficialmente “Repubblica bolivariana del Venezuela” e secondo me brucia a tutti non potersi chiamare Bolivia perché il nome è già preso!). E insomma mentre vivevo a Sevilla (quella in Andalusia) ho iniziato a interessarmi a cose ispaniche, tra le quali appunto le ispano-americane.

Inoltre, il Venezuela dovrà vendere qualcosa in cambio. Essenzialmente quello che vende ora, petrolio e gas. A chi? Beh, un paio d’anni fa, quando l’operazione “oro patrio” fu messa in pratica, l’oro fu ritirato dalle banche e dai depositi dei Paesi imperialisti, ma lasciato nelle casse russe e cinesi. Due più due fa spesso quattro, no? Ma come pagheranno i paesi che compreranno? Altro oro? Riduzione o acquisto del debito venezuelano? Sempre un paio d’anni fa calcolavano che per coprire il debito avrebbero dovuto aumentare il prezzo del barile di petrolio a 108 dollari (dollari americani, sempre in mezzo!). Al momento in cui scrivo il Brent è a quasi 106 e la previsione a un anno è a 117. Significa che un eventuale fallimento del Venezuela colpirà tutti, in modo più o meno diretto e più o meno pesante (il Venezuela è membro dell’OPEC dal 1960, anche se l’Italia importa quasi tutto da Medio Oriente, Russia e Africa).

In terzo luogo, una persona che ho conosciuto (superficialmente) andrà là a studiare l’anno prossimo, e visto che sono programmato per spiegare cose, mi rivolgo (virtualmente) a lei con tutto lo spiegone che farò. Diciamo un “Cose che devi sapere”, a livello generale, per evitare poi di dover scrivere un libro come quello che Snoopy aveva intitolato Cose che ho imparato quando ormai era troppo tardi.

Perché Chavez ha appoggiato quella politica? Credo per due motivi: primo, pessimi consiglieri economici (leggetevi l’intervista a Jorge Giordani, ingegnere elettronico laureato a Bologna e quindi qualificato come Ministro della pianificazione economica perché ammira Gramsci, ovviamente…). Paesi confinanti e comunisti come il Brasile non hanno fatto incetta di oro per liberarsi dei dollari americani. Secondo: ideologia. E veniamo al punto:  il socialismo bolivariano a cui Chavez improntava la sua azione politica è una reazione al liberismo da FMI di Perez, presidente venezuelano che nel 1992 Chavez tentò di rovesciare con un colpo di Stato (entrando con un carro armato nella sede del Parlamento). In quegli anni il FMI impose delle “riforme strutturali” al Paese, ma questo contribuì alla diffusione della povertà in larghe fasce (circa 80%) della popolazione. Sono passati 20 anni abbondanti e mi aspetto che qualcuno commenti “oh, la storia si ripete!”, e la Grecia, i PIGS, eccetera. Facciamo che avete commentato, e se avete dei carri armati…

Nell’ideologia molto sudamericana di Chavez si trovano, come hanno notato tantissimi fin dal suo primo apparire – anzi, facciamo dal secondo, dopo essere uscito di galera per il tentato colpo di Stato – si mescolano l’uomo forte fascistoide e interpretazioni marxiste e pauperiste, anti-statunitensi, populiste. Il proclamarsi “poveri e deboli” è un modo di “far gruppo”, unirsi contro “gli altri”, creare hype acritico da indirizzare poi tramite slogan di facile presa molto condivisibili (“è ingiusto che esistano dei poveri”). Il bolivarismo chaveziano (ma il bolivarismo è un framework che unisce il pensiero politico sudamericano in genere) è in pratica rimasto alle guerre di indipendenza dal colonialismo spagnolo, solo rivolte ora contro il fantomatico nemico – di solito come detto gli Stati Uniti. Le politiche redistributive hanno un’appariscenza immediata, perché se Chavez ti fa portare un frigorifero nuovo in casa allora Chavez ti vuol bene ed è buono, ma alla lunga non sono politiche solide perché si tende a perdere di vista che la redistribuzione che serve non è di beni ma di capacità (come le chiamano Sen e Nussbaum).

Comunque, su un terreno così fertile (chissà perché le democrazie latine – e il Venezuela lo era, anche se esisteva un’alternanza centrodestra-centrosinistra che implicava un clima di inciucio, e facciamo che ho già sentito anche i commenti su questo e sulla storia che si ripete sempre – chissà perché le democrazie latine sono così propense alla corruzione e alla creazione di immobilità sociale…) era facile che attecchisse un’ideologia-reazione. L’ideologia identifica un nemico nel ruolo di capro espiatorio e lascia alle emozioni il resto: se io sono incazzato perché ho perso il lavoro mentre quella cricca di ricconi bauscia con la puzza sotto al naso continua a incrementare le proprie ricchezze, la peer pressure (siamo tanti in questa situazione) può portarmi a lasciare che la ragione ceda il passo agli istinti. Un nemico che causa i nostri problemi è un sollievo: lo abbiamo identificato, dobbiamo solo combatterlo e i nostri problemi finiranno. Se il nemico è forte anche meglio, permette di coprire le magagne perché se siamo dittatori possiamo sempre dire “cacchio è ancora lì! Moltiplichiamo gli sforzi, le cose vanno male perché è ancora lì!”. E quale nemico è più forte degli Stati Uniti? Che è anche facile, viste le politiche nimby implementate dagli USA negli anni. Il lìder latino-americano sceglie sempre gli USA come nemico. Sono lì, sono vicini, incombono, bloccano ogni iniziativa, e ci rendono poveri.

Quale male fa l’ideologia? Facile da vedere: se da una parte fornisce la coesione sociale e potrebbe persino essere utilizzato per scopi nobili, dall’altra parte nasconde la vera realtà e la vera causa dei problemi. Ovviamente parte dei problemi dell’area ispano-americana (o portogo-americana, si dirà così? Luso-americana?) è causata dalle politiche statunitensi. Però la soluzione non sono le politiche chaveziane.

Il sud-America ha avuto tassi di crescita importanti negli ultimi anni. Il PIL del Brasile piazza quella nazione all’8° posto nel mondo, anche se l’inflazione sta facendo rallentare quell’economia (circa +1,5% annuo). Tra 1998 e 2012, gli anni di governo di Chavez, il PIL brasiliano è aumentato del 40% mentre quello venezuelano del 20. Va bene, il 20% è meglio di niente. Ma questo nonostante il Venezuela abbia petrolio e gas, e nonostante il prezzo del barile di petrolio sia aumentato da 20 a 100 dollari. Vero che il PIL valuta il prodotto nazionale, quindi una società di 10 individui dove 1 produce 100 e gli altri 9 producono 1 (totale 109) risulterebbe “migliore” di una dove tutti e 10 producono 10 (totale solo 100, che è minore di 109). Magari in Venezuela si vive meglio che altrove.

Allora vediamo altri dati utili, quelli che riguardano il conflitto sociale. Se il nemico è qualcuno là fuori, la pacificazione interna dovrebbe essere assicurata. Invece gli omicidi sono aumentati da 25 a 45 ogni 100mila abitanti. Già nel 2009 era più sicuro vivere nell’Iraq in guerra o tra le pistolettate dei narcotrafficanti messicani. I dati riconosciuti dallo stesso governo fissano a oltre 16 mila gli omicidi nel 2012 e oltre 2500 quelli dei primi due mesi del 2013. Ma organizzazioni indipendenti alzano a oltre 21mila la quantità del 2012, con una “tassa” di 73 omicidi ogni 100mila abitanti. Nella guerra civile colombiana confinante si arriva a 31. Sono omicidi da grande criminalità? Ci saranno anche quelli, ma si uccide per il riscatto di un motorino rubato, anche. Il Ministro dell’Interno ammette che è un evento il fatto che nella capitale Caracas siano passate due notti consecutive senza omicidi.

Le cause si ritrovano nella povertà, in un Paese con un’inflazione da francobolli da 2milioni di marchi (non ancora, ma ci si avvia in quella direzione). In Venezuela comprare auto usate conviene, perché invece di perdere valore lo acquistano. E un’auto usata può essere rivenduta a un prezzo maggiore di quello della stessa auto nuova. Perché? Due motivi: un’auto è un bene che dura un tempo ragionevolmente lungo. Non come una casa o come dei lingotti d’oro, ma è un bene duraturo e in prima istanza più accessibile di una casa o dei lingotti d’oro. Secondo motivo, Chavez ha bloccato per legge il prezzo di molti beni e prodotti.

Una mossa che dovrebbe beneficiare il povero, per salvarlo dall’inflazione. Ma, ma: io produttore col piffero che ti vendo ancora i miei prodotti, se quello che ci guadagno non copre le mie perdite dovute all’inflazione del mio Paese o alla crisi mondiale. Così le auto non arrivano più in Venezuela. Nessuno le vende ai grossisti (sono grossisti anche quelli di automobili?). E allora rimangono solo quelle usate, e su un’auto usata fisso io proprietario il prezzo che chiedo. Altrimenti me la tengo. E si attiva un circolo vizioso perché piuttosto che perdere i miei risparmi a causa dell’inflazione galoppante (come da luogo comune) cercherò in tutti i modi di investirli in qualcosa che duri e che magari potrò rivendere dopo la tempesta. Spunta il mercato nero, con i suoi prezzi. Ci devo perdere qualcosa, se voglio comprare al mercato nero, lo metto in conto. Ma è pur sempre meno di quanto perderei a tenere i miei soldi sotto il materasso (o in banca). E col mercato nero, altra spinta all’inflazione. Cane che si morde la coda.

Il blocco ai prezzi dei beni non usati si rivela un’altra mossa economica poco lungimirante (sarà imputabile all’ex paracadutista o all’ingegnere elettronico gramsciano?). Nei supermercati si fatica a trovare carta igienica, farina, latte. E nonostante il ministro Alejandro Fleming sostenga che la colpa è dei media o di oscuri poteri (in crisi gastrica probabilmente), che hanno diffuso la notizia di una mancanza di carta igienica mentre ce n’era un sacco ma in questo modo hanno generato paura e tutti si sono precipitati a fare scorte e insomma profezia autoavverante, in realtà è di nuovo un esito dell’ideologia imposta. Quando Chavez bloccò i prezzi e la circolazione del denaro per evitare che le nazionalizzazioni facessero fuggire i capitali all’estero, provocò appunto quella cosa delle macchine usate – nessuno te le vende più. Ce ne sono sempre meno. E andrà a finire che anche la carta igienica usata sarà venduta al mercato nero a prezzo maggiorato.

L’ideologia nasconde l’analisi sotto al tappeto. L’ideologia quindi fa un pessimo servizio. L’ideologia unisce tutti i capi di Stato sudamericani, il coltivatore di coca boliviano fianco a fianco con la snobbissima presidenta argentina, nella critica a quegli imperialisti che nemmeno chiedono scusa. Tutto, pur di trovare un colpevole là fuori.

Ora, ho tratteggiato un quadretto fosco. Sembra pericoloso andare in Venezuela. Potrei anche evidenziare un vantaggio per controbilanciare: il budget in euro di chi andrà in Venezuela a studiare l’anno prossimo avrà ancora un cambio molto favorevole, permettendo l’acquisto di carta igienica pulita. Ma in pratica ho detto tutto quello sopra solo per proporre la mia candidatura come guardia del corpo.

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