Il cadavere di Shiva

Nel tantrismo il dio Shiva rappresenta il Tutto. Per gli “esperti” di filosofia, le scuole shivaite del Kashmir hanno qualche somiglianza a diverse correnti di pensiero europee: per esempio, la creazione del mondo è un procedimento che ricorda la moltiplicazione degli Io di Fichte. L’Io, ovvero Shiva, oppone a se stesso un Non-Io perché in questo modo può pensarsi. Il pensiero è pensiero di qualcosa, ma se non c’è un oggetto da pensare, come si fa a pensare? Quindi l’Io deve creare quell’oggetto, dal momento che al di fuori dell’Io non c’è niente da usare come oggetto.

Il Non-Io di Shiva è il mondo, compresi noi. La scuola tantrica promette di ricucire la divisione e farci accedere all’Io. Ma il percorso non è teoricamente complicato, dal momento che l’Io è l’unica cosa che esiste. Il Non-Io non esiste. Il Non-Io è solo l’espressione della libertà dell’Io che decide di proporsi in quel modo (a chi? A se stesso! Cioè a noi). L’Io-Shiva è libero e perciò produce la molteplicità del Non-Io, perché producendo il Non-Io può pensare a qualcosa (se pensasse all’Io, l’Io stesso sarebbe oggetto, cosa morta, e visto che non è cosa morta non può pensare all’Io), e pensare a qualcosa è il modo per accedere all’Io. Almeno è il modo di Shiva per accedere a – se stesso (se ho capito bene). L’Io non può pensare se stesso perché non può essere oggetto, dal momento che gli oggetti sono “morti”, e l’Io è vivo. Quindi pensa a qualcosa che somiglia all’Io, che rimanda all’Io, che segnala l’Io, ma non è l’Io.

Ora: cosa produce l’Io? Produce – e qui risentiamo accenni plotiniani – potenze, ovvero potenzialità di essere qualcosa e forze, energie.

Non produce cose. O meglio, produce oggetti di pensiero, ma non sono reali. Sono solo una riflessione su cui esercitare il pensiero. Nella filosofia induista in genere parola e pensiero sono forme “decadute” di una vocalità anteriore (le lettere, l’aum originario – pensiamo alla gematria ebraica, al tetragramma, alla creazione mediante Verbo). Tutto è pensiero, e ogni pensiero si struttura in linguaggio per poterlo dire (“I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”, no?), ed è solo attraverso parole e pensieri che potremo trovare la strada (diversamente dal buddhismo, soprattutto quello zen, che invece vuole evidenziare come proprio pensieri e parole siano la causa di ogni ostacolo, e anzi siano proprio l’ostacolo).

La trasformazione dei pensieri quindi dovrebbe trasformare la realtà. Attenzione che qui si sono appiccicati molti santoni new-age, “teorici” del pensiero positivo e altre robe simili. Il tantrismo non è una base per le teorie new-age e freak. Dice altre cose. Dice che il pensiero e il linguaggio sono sviluppi di un nucleo unitario, già presenti nel nucleo (così come il pulcino è presente nel liquido interno dell’uovo), un nucleo indifferenziato ma proprio perché indifferenziato anche impensabile. Perché il pensiero è distinzione, dare nomi, e cane è diverso da casa.

Ma cosa dice il tantrismo di particolare? Dice che il nucleo indifferenziato sarebbe come morto, se non ci fossero le potenze, i pensieri, la differenziazione. Solo tramite la differenziazione il nucleo può pensarsi e di conseguenza continuare a essere vivo. Se non potesse pensarsi, non farebbe alcunché, e ciò che non fa nulla è morto. Non esiste. Questo andrebbe molto oltre il solipsismo di stampo berkeleyano: non solo non esiste altro al di fuori del mio pensiero (ma il tantrico dice: sì, ma il fatto che esista nel pensiero è la stessa cosa, esiste nella realtà), ma non esisterebbe nemmeno il mio pensiero perché non esisterei Io. E allora da dove verrebbero tutti i pensieri e ragionamenti che stiamo facendo qui adesso? Possiamo dubitare che esistano fuori dalla nostra mente, ma in qualche modo li stiamo percependo, quindi un “percipiente” c’è.

Nel linguaggio simbolico e religioso tantrico, il nucleo quindi è Shiva. Le sue potenze sono Shakti, la figura femminile complementare e opposta. Shakti è identificata il più delle volte con Parvati, compagna di Shiva. E l’iconografia rappresenta l’importanza delle potenze raffigurando Shiva come cadavere calpestato da Shakti. Da qui deriva l’importanza che la figura femminile riveste nel tantrismo, e anche tutta la questione del sesso: Shiva e Shakti come Yin e Yang, che unendosi producono l’armonia, e nel tantrismo specificamente producono l’indifferenziazione, la realizzazione di divinità. Shiva senza Shakti è un cadavere, assieme a Shakti è realizzato, “felice”.

E ci va dunque un percorso, per arrivare a quell’unione. Il pensiero indiano è abbastanza concorde sulla strada da percorrere: induisti, buddhisti, giainisti hanno in mente un’unità al di là delle differenze, e quell’unità è la fine delle sofferenze della vita. Consideriamo il contesto storico: le religioni nate come rimedio ai mali del vivere, che sono molti in situazioni storiche “primitive” in cui la mortalità infantile è alta, la vita media è breve, le guerre sono frequenti (anche perché non enormi, ma di portata locale), il cibo appena sufficiente eccetera. Buddha stesso comincia a diventare tale quando dopo una vita passata tra gli agi nel palazzo reale di suo padre esce e vede un malato, un vecchio e un morto, quindi prende coscienza che vivere significa ammalarsi, invecchiare e morire, e bisogna trovare un modo per non vivere, per uscire dal ciclo delle rinascite. La religione è specificamente una risposta al problema del male, e questa risposta è “per questa vita possiamo fare poco; il meglio che possiamo fare è fare in modo di non vivere un’altra vita di nuovo”. Il percorso ascetico è molto regolato nelle religioni indiane. C’è un’eccezione: lo zen, la forma giapponese di buddhismo. Si parte dal buddhismo, che arriva in Cina e con le influenze locali diventa ch’an, e poi viene importato in Giappone dove appunto diventa zen. Il punto focale del ch’an è, tanto per cambiare, il percorso per la liberazione, ma con delle specificità: nelle scuole del nord della Cina si punta a un percorso graduale, lungo (anche più vite) e faticoso. Nelle scuole del sud invece la teoria contempla l’illuminazione improvvisa. Basta capire una cosa fondamentale e si sarà illuminati. Qual è questa cosa fondamentale?

Ce lo diranno gli zen: siamo già illuminati. Non c’è una meta a cui arrivare, non c’è un viaggio da percorrere. Siamo già realizzati, liberi, illuminati. Perché quello che conta è il “siamo”, il presente. Bene: alcuni testi tantrici arrivano alla stessa conclusione. Dal momento che Shiva è tutto, non può diventare niente di diverso. Non c’è percorso da fare, se non un percorso nostro di vedere dietro la molteplicità la vibrazione unica essenziale. La molteplicità non è diversa dall’unità, è solo la forma in cui l’unità (Shiva) ha deciso di presentarsi, perché solo in questo modo ha la possibilità di esprimere la sua libertà: deve creare un Non-Io da pensare, perché l’Io non può pensare l’Io, altrimenti l’Io sarebbe ridotto a oggetto e quindi non sarebbe libero.

Parmenide, tra gli occidentali, pensava le stesse cose: ciò che è non può diventare, perché divenire = non-essere, o essere-qualcosa-di-diverso-da-quello-che-era-prima, e se prima era “essere”, il qualcosa di diverso è “non-essere”, logicamente. La stessa unione di pensiero e linguaggio e la stessa funzione logica che troviamo nel tantrismo. E in un pensatore italiano contemporaneo cacciato e scomunicato dai cattolici – se tutto è, non è possibile alcuna creazione. Peraltro, non è possibile nemmeno una distruzione, quindi siamo già immortali, come il dio Shiva, come il Tutto.

Ora che ho dimostrato che se non faccio filosofia in un certo modo non è perché non sono capace, ma perché non voglio, chi mi offre una cattedra?

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