Con i tatuaggi

Questo è il mio tatuaggio nuovo. Non è il primo, ma nemmeno ne ho molti: ho anche un tatuaggio sulla spalla sinistra, che parte dal petto e scende poi fino al gomito (quello l’ho voluto in due tempi, prima il pezzo sulla spalla e dopo 3 anni ho completato con altri disegni).

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Non mi considero un tatuato, anche se adesso non mi vedo più senza tatuaggi. Secondo me ci sono tre categorie di persone che si fanno tatuaggi: i tatuati, quelli che hanno dei tatuaggi, e quelli che pensano di essere fighi. I tatuati sono quelli che si ricoprono completamente, sono pienamente immersi nella cultura specifica del tatuaggio. Quelli che hanno tatuaggi sono quelli come me, che con il tatuaggio raccontano cose e cercano di “aumentare” se stessi, più che darsi a una cultura. Gli altri, beh…

Non escludo di farmi altri tatuaggi, anzi. In realtà ho già in mente altri posti da ricoprire di inchiostro. Per questa volta ho scelto un labirinto. Ci metto un sacco di tempo a decidere. Un labirinto è un disegno classico, ha significati codificati – perché anche il tatuaggio è un codice. Segnala appartenenza a gruppi, culture, famiglie; può indicare un ruolo; può esprimere personalità e desideri, storie. Un labirinto, di solito, in questi codici indica una ricerca personale, un percorso. O può rappresentare caos. Oppure anche è perché ci sono storie famose di labirinti.

Si può fare un paragone con le illustrazioni che si usavano per insegnare cose agli analfabeti, per esempio per decorare monumenti – dalla colonna di Traiano fino alle cattedrali, dalle grotte primitive ai segnali di pericolo contemporanei: quando non hai una scrittura simbolica, alfabetica, o anche solo degli ideogrammi, allora fare ricorso ai disegni rappresentativi è il modo più sicuro per far passare il messaggio a tutti. Se scrivo “albero” capiscono solo quelli che conoscono l’italiano e lo sanno leggere; se disegno un albero, tutti capiscono che parlo di un albero. I tatuaggi funzionano allo stesso modo, devono essere immediatamente riconoscibili. E come sempre, nel campo della simbologia, per “immediatamente riconoscibile” si intende “riconoscibile se hai un background culturale adeguato”, cioè se conosci le storie a cui quei simboli rimandano. La costruzione narrativa del mondo, come fanno gli aborigeni con le vie dei canti.

Per questo motivo bisogna anche fare attenzione al tatuaggio che si sceglie. Ragazzini che pensano di essere fighi si fanno una ragnatela sul gomito perché hanno visto qualche duro con quel disegno? Hey, è il tatuaggio che significa che ti hanno preso e sbattuto in prigione… fai attenzione poi quando incontri qualcuno che c’è stato davvero. Le guardie di confine canadesi hanno anche un manuale apposito per riconoscere il significato “nascosto” dei tatuaggi.

Quando ti fai un tatuaggio, molti ti chiederanno “cosa significa?”. Si parte dall’idea che se uno si sottopone alla “tortura” deve avere un buon motivo. Farsi tatuare è pur sempre un’operazione traumatica, si tratta di infilare fino al derma un ago che rovescia là inchiostro nero o colorato. Si tratta di ferirsi. Esce sangue. Può fare male. Ci mette tempo a guarire. Quindi quello che ti fai deve avere un significato più importante del dolore. Io non so se è perché ho avuto fortuna a trovare una tatuatrice brava (sul suo facebook c’è postata una foto migliore del mio tatuaggio) o se è perché ho scelto posti dove il dolore è minore, non ho sentito male con i miei tatuaggi. Anzi mi piace. Comunque: che significato ha?

Ma non avete letto le righe sopra? Del codice che si può leggere? Basta qualche ricerca in rete per avere informazioni sui significati dei tatuaggi, ci sono persino libri. Per esempio sul sito tatuatori.it c’è una lista, dove non compare il significato dei miei tatuaggi (sulla spalla sinistra un orso disegnato in stile tribale, e appunto ora sull’avambraccio destro un labirinto).

Avete letto? Bene, dimenticatevi tutto. Il tatuaggio è estremamente personale. Credo che non esista niente di più personale. Ti fai qualcosa sul corpo, che rimane per sempre. Cambi il tuo aspetto per sempre. Tolta la categoria di chi lo fa per moda, tutti gli altri tatuati arrivano a quel punto perché hanno avuto una certa vita, sono accadute loro certe cose, vorrebbero certe cose, sperano in qualcosa, si augurano qualcosa, vogliono raccontare qualcosa e dire chi sono. E lo dicono a se stessi, prima che agli altri. Fermano su pelle gli eventi, belli e brutti. Cercano di prendere il controllo. Hanno bisogno di una costruzione narrativa della realtà. Vogliamo che ci chiediate cosa significa il tatuaggio, per poi rispondere che non si fa quella domanda, non si chiede il significato di un tatuaggio. Perché è personale. Non è che siamo tutti chiacchieroni come quelli che vanno a Miami Ink o L.A. Ink (non cito N.Y. Ink perché non ci sono tatuaggi, solo i tatuatori che litigano tra di loro…).

Un tatuaggio è nello stesso tempo parte di un codice universale (che “gli iniziati” capiscono) e elemento di individualità assoluta. Un tatuato (serio) o un tatuatore vedendo il mio orso o il mio labirinto si fa un’idea di me. Ma è un’idea generica, abbozzata. Può pensare che sono fatto in un certo modo, che ho certi valori, certe idee, certi problemi e desideri (“perché un labirinto?“).

Ma sta diventando difficile leggere i significati, e non solo perché per lungo tempo il tatuaggio non ha fatto parte della nostra cultura o è stato relegato in un angolo, come segnale di sicura indole criminale (non importa se ti tatui i nomi delle persone che hai ucciso sotto al titolo “Persone che ho ucciso” o una faccia di Peppa Pig, pari sono, sei un pericoloso criminale lo stesso – e il pregiudizio non è mica scomparso!). Negli ultimi anni diversi artisti (nell’Est europeo moltissimi) hanno iniziato un percorso nell’astratto e lì non si tratta più di significato ma di espressione, di gesto.

Poi uno si tatua un disegno perché gli piace e basta, magari.

3 pensieri riguardo “Con i tatuaggi

  1. non mi hai convinto, orso bruno. mi chiedo, al di là dei gusti: bisogna proprio narrarsi il mondo addosso quando si può narrare in miliardi di altri modi e pure più potenti? (certo con me che non ti vedo, la tua narrazione non ha effetto, così come con tutti i lettori del blog, foto a parte). Certo è anche un’auto-narrazione, un diario. Ma il panta rei, dove lo mettiamo?😉

  2. Non credo ci siano modi più potenti di narrare che usare se stessi. Mi sembra che molta “arte” sia arrivata adesso a questo punto (con circa 5mila anni di ritardo sul tatuaggio). Per esempio nel mio libricino citavo Stelarc, che usa il suo corpo. Tu ne conoscerai certo altri.

    Il panta rei è male in molti sensi. Una volta che si trova qualcosa di buono non dovrebbe sparire.
    Un tatuaggio può anche voler mantenere quel qualcosa di buono che si era trovato. Almeno mantenerlo segnato.

    E ho ricevuto anche l’approvazione di mio fratello, a cui è piaciuto il disegno volutamente “scarabocchiato”, non preciso.
    Ultima cosa, trovo rilassante farmi tatuare. Magari se andassi in altri posti sarebbe diverso, boh. Ma io ho forti tendenze “monogamiche”, lo sai😀

  3. Ciao !
    Faccio il tatuatore , Io più che commentare vorrei puntualizzare .
    1 la ragnatela sul gomito è nata come forma di protesta contro la comunità ebrea prima della seconda guerra mondiale per simboleggiare che gli operai tedeschi sarebbero rimasti a fare le ragnatele !!!
    2 un tatuaggio più che pericoloso per “x” mila motivi ti segna e te lo porti addosso per sempre , quindi è consigliabile fare qualcosa che tu voglia portarti dietro per sempre (nn so se mi spiego )
    3 ogni uno ha il tatuaggio che si merita e giusto per staccare un attimo dalla serietà – io tifo per i tatuati😉

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