I pollici, i cinesi, i trapianti, i social network, la fila al bancone

Savulescu e Earp prendono spunto da un caso di cronaca per sviluppare un ragionamento: il caso riguarda due genitori di una bambina di 10 anni bisognosa di un trapianto di polmoni. La bambina era svantaggiata nella lista d’attesa perché troppo giovane: sotto i 12 anni. Avrebbe dovuto aspettare un donatore della stessa fascia d’età, e non è facile trovare, nei paesi occidentali, molti bambini che muoiono così giovani e i cui genitori decidano di metter loro sulla patente (…) il bollino di donatore. Organi adulti presentano maggiore compatibilità con gli adulti.

Ma i genitori della bambina decidono di lottare per avere il trapianto. Cominciano con una campagna di marketing, sui social network soprattutto, per attirare l’attenzione pubblica e andare a discutere la legge che penalizza la loro bambina per farla cambiare. E la legge cambia. Ottengono il trapianto.

Savulescu e Earp chiamano pushethics il comportamento dei genitori che hanno fatto pressione in questo modo, e si chiedono quanto sia giusto. In fondo il risultato delle loro azioni è che qualcun altro, che era in lista d’attesa per il trapianto in posizione migliore di quella bambina, non ha ricevuto il trapianto.

Adam Smith, nella Teoria dei sentimenti morali (III.I.46), raccontava un esperimento mentale: un terremoto sconquassa la Cina, molti morti e molta distruzione. Un occidentale lo viene a sapere (oggi è molto più facile, tramite i social network appunto), prima prova dispiacere o sofferenza, per tutti quei morti e feriti, per le persone che hanno perso tutto. Poi magari ci ragiona anche su e si chiede come mai, insomma ci fa su filosofia. Ma alla fine torna alle sue occupazioni, che possono anche essere molto frivole – magari quella sera ha un appuntamento a cena e deve prepararsi, scegliere vestiti e scarpe ecc. I cinesi sono lontani, non li vedi, non ci pensi. Ciascuno sarebbe molto più preoccupato di un taglio a un proprio dito che di una disgrazia enorme ma lontana.

I genitori della bambina hanno fatto in modo che la gente vedesse la loro figlia. Hanno smosso le coscienze e hanno continuato a insistere. Ed è giusto così, i genitori pensano al bene dei figli, è normale. “Naturale”. Ma appunto il problema è che chi si è visto soffiare il posto da quella bambina potrebbe essere morto, e anche quella persona aveva una famiglia, dei genitori o dei figli. Ma non aveva la campagna di marketing orchestrata dai genitori della bambina. Non si sa chi è che è stato scavalcato, nessuno ha fatto campagna per lui/lei.

La distribuzione degli organi è un tema scottante: ce ne sono pochissimi. Si studiano metodi diversi per allocare la risorsa, per esempio i QALYs (Quality Adjusted Life Years), ovvero la previsione di quanti anni di vita “buona” rimarrebbero al trapiantato. Una lista dovrebbe, seguendo questo approccio, favorire un 40enne in buona forma generale (a parte per l’organo da trapiantare) rispetto a un 70enne ormai quasi alla fine del suo percorso di vita (un maschio occidentale vive circa 80 anni) anche se il 70enne sta aspettando da più tempo. Ovvero: è meglio lasciar morire il 70enne piuttosto che il 40enne. La bambina di 10 anni aveva bisogno del trapianto perché i suoi polmoni erano stati rovinati dalla fibrosi cistica, una malattia degenerativa che lascia una vita media di circa 38 anni. Di nuovo, magari conveniva trapiantare quei polmoni a un 40enne che sarebbe potuto arrivare a 80 anni (e usarli quindi per altri 40 anni) piuttosto che alla bambina di 10 anni che a 38 potrebbe morire (usandoli per soli 28 anni).

La possibilità di fare campagna per la propria bambina non è disponibile per tutti. Società meno mediaticamente avanzate si trovano allora ingiustamente svantaggiate. O persone più povere che non possono permettersi la connessione internet, la stampa di volantini, la pubblicazione su giornali e il passaggio tv e radio si trovano “fregate” da chi ha i soldi.

Ovviamente poi c’è tutto il discorso sommerso del mercato nero degli organi. Ma la domanda semplice è: dobbiamo rispettare il posto nella fila anche se questo potrebbe costare la vita ai nostri figli? Se smettiamo di rispettare l’ordine che ci diamo quando non ci piace, che senso ha darsi un ordine? Se non ci accordiamo su un ordine per organizzare le nostre necessità, cosa succede? Se chi è più ricco può fare in modo da sovvertire l’ordine e saltare la fila?

4 pensieri riguardo “I pollici, i cinesi, i trapianti, i social network, la fila al bancone

  1. Chi è più ricco è da sempre che fa saltare la fila.
    Riguardo agli organi: la speranza è che la scienza medica possa velocemente e con medesima efficacia, trapiantare organi “artificiali” disponibili per chiunque ne abbia bisogno (con costi sostenibili per i vari S.S.N.

  2. È giusto nella misura che essi hanno usato una “tattica” potenzialmente a disposizione di tutti coloro che erano in fila. Soprattutto: non hanno direttamente danneggiato gli altri. Indirettamente, forse, sì.

    1. Se tutti gli altri avessero avuto la possibilità di fare la stessa campagna, allora è vero, non hanno giocato sporco. Savulescu e Earp dicono però che uno dei problemi è che non tutti avevano le stesse possibilità.
      Poi io sono di quelli che le regole sono flessibili in casi speciali, in cui l’accordo dei partecipanti le integra e completa. Ma dubito che il “partecipante” alla lista che ha perso i polmoni che sono andati alla bambina fosse d’accordo. Ok tirava l’acqua al suo mulino, aveva le stesse ragioni che aveva la bambina (e i genitori della bambina) per difendere la sua posizione.
      Il fatto è che non riesco ad andarci su bene: quello che i filosofi vogliono evidenziare è che pur essendoci un accordo per distribuire delle risorse scarse, e un accordo di questo genere è fondamentale per mantenere in vita una società (difficile che qualcuno dia il proprio assenso a entrare in società se gli altri potenziali membri lo avvisano che “queste sono le regole, ma se a un certo punto non mi stanno bene io non le rispetto più, ok?”), nel momento in cui appunto le regole non soddisfacevano l’interesse particolare di qualcuno questo qualcuno si senta in diritto di far cambiare le regole a suo vantaggio.
      Credo, conoscendoli, che vogliano sottintendere che i moventi non razionali (l’affetto, l’amore, non sono razionali) non sono quelli su cui si dovrebbe basare un’etica per la convivenza sociale.

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