Feedback per gli insegnanti

Ho concluso da poco l’ennesima esperienza da docente precario. Quest’anno lavoravo di sostegno, con studenti disabili, sia fisici che mentali. Non starò a dire che l’esperienza mi ha fatto crescere o tutte quelle cose buoniste, non sono parte di me. Sono tanto buono e paziente quanto lo ero prima, sono un docente tanto buono quanto lo ero prima e così via. 

Non significa che abbia perso un anno. Sono un progressista, convinto che “non si lascia indietro nessuno“, e che il lavoro fatto con gli svantaggiati sia a vantaggio di tutti, non solo loro. E poi quelli con cui ho lavorato sono pure simpatici. Quindi ok, lo rifarei, senza problemi.

Sentire Bill Gates in questo talk, anche se racconta esperienze non esattamente vicine a quelle europee o italiane in specifico e anche se è più che altro motivazionale, apre a una cascata di pensieri. I docenti, gli insegnanti, sono una categoria di professionisti che ha una difficoltà in più rispetto alle altre: non ricevono feedback. Da nessuno. Non da “superiori in gerarchia” e, aggiungo, nemmeno dagli studenti.

Sono interessanti i dati che offre Gates, per esempio quando afferma che, non essendoci sistemi di valutazione standardizzati internazionali per giudicare l’operato dei docenti, allora un metodo per provare a capire se funzionano o no nel loro mestiere è andare a vedere le classifiche che riportano i successi degli studenti. I dati PISA/Ocse, o gli Invalsi italiani, possono essere lo strumento utile. A 2’36” appare un cartellone che riporta dati del 2009, ma comunque da vedere, sull’abilità di lettura. Ebbene, mentre Gates lamenta il fatto che gli Stati Uniti si posizionano quindicesimi assieme a Islanda e Polonia (ma io farei attenzione: gli Stati Uniti hanno fortissima immigrazione, ancora di prima generazione che deve imparare la lingua, quindi i risultati sono condizionati da questo fatto), io noto che l’Italia non appare nemmeno, in quel cartello.

Comunque, i pochi che ancora mi ascoltano sanno che da tempo sostengo che se i risultati degli studenti fanno schifo, sarà anche colpa dei docenti. Se, come dicevo pochi post fa, il 71% degli italiani non sarebbe in grado di leggere un testo di media complessità, è difficile credere che sia colpa di tutti loro e non invece di una quantità minore di italiani che ricoprono un ruolo che non sono in grado di ricoprire – ovvero di insegnanti ignoranti. Che tramandano la loro propria ignoranza. Sempre la storia delle cose che puoi imparare da uno zoppo.

Il dramma è che non c’è modo di eliminare questi personaggi dannosi. Anzi se ne aggiungono altri (ho visto alcuni scritti che hanno superato la prima fase del concorso docenti di quest’anno, e posso assicurare che ragazzini delle medie avrebbero scritto cose più corrette e con uno stile migliore). Perché se a giudicare i vincitori di un concorso di merito piazzi degli ignoranti, è davvero difficile che possano individuare ciò che è corretto (fatta salva, ovviamente, la malafede).

A 2’48” Gates evidenzia che 11 su 14 dei Paesi che precedono gli Stati Uniti (e quindi anche l’Italia, e di tanto) nell’abilità di lettura hanno dei sistemi codificati per valutare l’operato e la preparazione degli insegnanti. Questi sistemi, chiaramente, devono offrire anche feedbacks negativi ai docenti che non sono, o non sono più, capaci di svolgere quel mestiere. Che non è un mestiere da poco: comporta la trasmissione delle conoscenze e la formazione delle persone che aumenteranno o useranno quelle conoscenze “per il bene di tutti” (e anche la formazione di chi svilupperà armi batteriologiche da vendere al miglior offerente non necessariamente ai buoni).

Anni fa, leggendo Freakonomics, ero stato colpito dal capitolo sul cheating tra i docenti. Negli Stati Uniti il finanziamento alle scuole è legato ai risultati che ottengono gli studenti in quei test simili ai nostri Invalsi. Sono chiare due cose:

  1. scuole in aree disagiate e frequentate da poveri, membri di famiglie disastrate o complicate, ghettizzate ecc ottengono risultati peggiori e quindi finanziamenti minori. Un circolo vizioso che farà solo peggiorare le cose. Quanti sono i film americani in cui un/a prof con gran cuore e grandi idee arriva in una scuola sfigata dove tutti gli studenti sono convinti di essere immondizia e non valga nemmeno la pena provare? Il sistema amplia la forbice sociale, i poveri e ignoranti sempre più poveri e ignoranti e con sempre meno possibilità nella vita, e i ricchi sempre più favoriti.
  2. l’incentivo all’imbroglio è enorme. Se dai risultati dei miei studenti dipende il fatto che io abbia o no un lavoro il prossimo anno, è davvero difficile che io non cerchi di fare qualcosa perché quel risultato sia buono a prescindere da quello che gli studenti producono…

Quindi serve un sistema che elimini il rischio di imbroglio da parte dei docenti. Non abbiamo una shame culture che da sola sia sufficiente, non abbiamo nemmeno la razionalità (non possiamo pretenderla dagli studenti che stanno ancora crescendo e devono formarsi anche col tempo) per capire che se imbroglio su quello che imparo sono io a ricevere il danno maggiore, perché non imparo.

Gli elementi del sistema di feedback e miglioramento sono in via di applicazione in Italia: tutoraggio con docenti esperti, questionari somministrati agli studenti sul valore dei loro insegnanti… Non sono cattive idee. Impari da chi sa fare, e le persone a cui dovresti insegnare ti dicono se stanno capendo quello che insegni. In genere l’insegnante ritiene che l’interrogazione o la verifica scritta siano gli strumenti per ottenere la valutazione sulla classe, su quanto gli studenti capiscono. Ma è una vaccata. Gli studenti non studiano se non hanno voglia, e non hanno voglia se non glie la fai venire, e non glie la fai venire se spieghi male. I voti bassi, oggi considerati come elemento a carico dello studente, sono in realtà a carico del docente. In senso generale, ovviamente: casi particolari di ignoranti accaniti esistono, ma il trend delle intere classi è significativo riguardo al valore dell’insegnante.

Problema: servirebbero docenti ottimi a fare da tutor, non docenti disponibili. E se in Italia il 71% degli “imparati” non ha imparato abbastanza da leggere un testo di media complessità (… si capisce che è un tarlo mio?), allora è piuttosto facile desumere che non ci siano tanti insegnanti ottimi…

Secondo problema: il metodo italiano prevede un intenso “ti insegno a insegnare”, ma rimane scarso sul “ti insegno la materia che insegnerai”. Se qualunque ignorante che ha preso la laurea in qualche modo poi fa un corso abilitante, finisce in cattedra un ignorante abilitato, che insegnerà poco o niente in modo molto elegante. Ma sempre poco o niente. Il primo sbarramento dovrebbe essere una valutazione sulle conoscenze, effettuata da chi quelle conoscenze le ha (siamo sempre lì, se a giudicare i vincitori di un concorso metto degli incompetenti…).

Idee?

2 pensieri riguardo “Feedback per gli insegnanti

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