Fare più figlie

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Per chi non ha pratica di iconografia indiana: la dea Kali, che rappresenta il potere e il principio femminile nel tantrismo.

Qualche anno fa, quando ho scritto un libro, mi immaginavo una certa situazione, che vado a spiegare:

in economie attualmente in forte espansione ma ancora povere c’è una sproporzione tra nati maschi e nate femmine. L’aborto selettivo in India è un caso paradigmatico: nel 2011 su la Repubblica.it un articolo citava la cifra di 914 nate femmine ogni 1000 nati maschi. Quasi 100 femmine in meno ogni 1000 nati. E soprattutto si registrava un calo: nel 1991 le femmine erano 945. Si prospettava un futuro prossimo – circa 30 anni – in cui sarebbero vissute 10 donne ogni 12 uomini. Altre stime ritengono che tra India e Cina manchino all’appello circa 200 milioni di donne. Ecco: da un dato di questo genere partiva un’ipotesi che ho citato nel mio libretto. Se mancano 200 milioni di donne, significa che ci sono approssimativamente 200 milioni di scapoli. Single. Chiamiamoli come ci pare, ma quello sono: uomini senza compagna.

E questo implica una situazione di conflitto latente per “accaparrarsi” il bene scarso “donna” o “moglie”. Da un punto di vista della pace sociale è una situazione molto pericolosa. Non è che tutti si possono fare monaci o essere omosessuali. 200 milioni di uomini senza compagna sono una marea difficile da controllare.

Ma a questo punto inizia la fantascienza: se io sono un indiano con una moglie, e ho accesso a tecniche mediche come aborto selettivo, modifica genetica, selezione degli embrioni, posso iniziare a produrre il bene richiesto dal mercato. Posso cominciare a fare figlie femmine. La mia cultura mi dice che sono inutili, sono oggetti sessuali nella migliore delle ipotesi, poi l’ipocrisia ricopre questa funzione con quella di “madre dei miei figli, donna onorata, regina del focolare” – comunque, sono inutili. Nemmeno le mando a scuola. Sarà il figlio maschio a dare onore alla famiglia, e sarà sempre lui a prendersi cura dei genitori anziani. Ma questa discriminazione ha generato una situazione in cui l’inutile figlia femmina, proprio per la sua funzione di compagna diventa un bene fortemente richiesto. E se ho una figlia femmina, avrò molti uomini che bussano alla mia porta per chiedermela in sposa. E io, visto che c’è concorrenza, potrò fare il prezzo.

Ecco che tutto di colpo ho un forte incentivo a selezionare figlie femmine. Ci tornerò nel finale di post. Ora introduco un altro punto:

la filosofia utilitarista ha sviluppato un principio che ha chiamato “di beneficenza procreativa”. In parole povere, abbiamo l’obbligo morale di intervenire sulla selezione dei nascituri in tutti i modi a nostra disposizione, perché quello che conta è che il nato abbia le migliori prospettive di vita possibili. Se tramite la scienza medica (sembro un qualunque editorialista disinformato) possiamo individuare malattie molto gravi, che rovineranno la vita al futuro nato o addirittura la renderanno impossibile e breve (diciamo che il feto – o l’embrione se interveniamo prima – presenta un deficit di ornitina transcarbamilasi ed è maschio, quindi ha altissime probabilità di morire in breve tempo), allora abbiamo un obbligo morale a non far soffrire quel feto o embrione. Il che significa che abbiamo un obbligo morale ad abortire, o a non impiantare l’embrione. Sempre che non sia possibile correggere il codice genetico. Stiamo facendo una selezione eugenetica a tutti gli effetti, perché eliminiamo la malattia tramite l’eliminazione dei portatori. Ma non sto qui a discutere di questo, compratevi il mio libro (o chiedetemi il pdf delle bozze…).

La beneficenza procreativa, sostengono alcuni autori, dovrebbe obbligarci a selezionare figlie femmine, perché una donna ha prospettive di vita migliori rispetto a un uomo. Le donne vivono più a lungo e generalmente hanno malattie meno gravi o più controllabili. Tendono a essere più felici della propria vita. Quindi ci sono buoni motivi per dire che un nascituro starebbe meglio se fosse femmina.

Ora è abbastanza evidente che questa ipotesi è viziata dall’assunzione di un punto di vista “occidentalecentrico”, perché nei Paesi tradizionalmente considerati Occidente la condizione della donna sembra relativamente buona e appunto presenta quei vantaggi (vita più lunga ecc). In altri Paesi, in altre condizioni, cambia tutto. Dove povertà e malattia dilagano in genere le donne muoiono prima e hanno una vita molto più dura di quella degli uomini.

Ma facciamo un altro esperimento mentale: le economie emergenti emergono definitivamente. Il benessere si diffonde a ulteriori 3 o 4 miliardi di persone (tra Cina, India, Brasile e altri iperprolifici luoghi). Rimane solo un problema: la cultura di quei luoghi ha optato per la selezione di maschi e la soppressione di feti femmine. E c’è una sproporzione testosteronica pericolosa.

Non sarà che a questo punto uno dei vantaggi di far nascere figlie femmine sia anche per le figlie femmine stesse? Saranno “molto richieste sul mercato”, spunteranno un trattamento vantaggioso in cambio del matrimonio, e potranno raggiungere una condizione di vita veramente desiderabile, non più oppresse e maltrattate. Avranno condizioni di vita migliori di quelle delle donne occidentali attualmente. E la beneficenza procreativa si unirà (happy ending) al bieco interesse mercantile nel favorire la selezione di figlie femmine.

Cosa volevo dire con questo? Non lo so. Ho perso il filo.

7 pensieri riguardo “Fare più figlie

  1. Perché non lo fanno già, allora? (Far nascere e sopravvivere figlie femmine, intendo). Forse l’economia non è la scienza esatta che riteniamo…

    1. perché una figlia femmina diventa matrimoniabile attorno ai 15 anni in quei contesti, e fino a quell’età la devi mantenere. Serve che il genitore abbia un piano a termine medio (per noi è medio) o lungo (per loro 15 anni sono tanti, pensa a luoghi dove la vita media arriva a 40, 15 sono tanti da aspettare se sei già genitore attorno ai 30 o 35).
      Inoltre, l’economia presuppone che l’agente economico abbia le informazioni necessarie per prendere le sue decisioni; in questo caso, un genitore dovrebbe essere a conoscenza della sproporzione tra maschi e femmine. Ma dubito che questa informazione circoli molto in determinati contesti. Se manca l’informazione, non possono prendere la decisione razionale che ne conseguirebbe.

  2. La pens(av)o come te: non stiamo a preoccuparci troppo di aborti e infanticidi selettivi, basta aspettare e la questione di livella.
    Il problema è che hai a che fare con la cultura: un dato che mi ha colpito del libro di Anna Meldolesi sul tema (mi pare si intitoli Mai nate, non ho voglia di cercare con Google fatelo voi) è che la selezione di genere viene praticata da indiani eccetera anche nei Paesi occidentali (in genere per il secondogenito). Insomma, anche se nel contesto economico e sociale maschio o femmina sono uguali, quello che accade è comunque che si impone il concetto “maschio è meglio”.
    E quindi? Boh.

  3. Immagino che per “la questione si livella” anche tu intenda (da bravo scientista) che superato un livello in cui viene a mancare l’equilibrio, questo torna tramite conflitto (falchi e colombe: tante colombe portano all’aumento di falchi – troppi falchi, diminuiscono le colombe – squilibrio – ai falchi manca cibo – i falchi lottano tra loro – i falchi muoiono – pochi predatori = le prede tornano a prosperare, una cosa del genere no?).

    Cioè, quando la demografia arrivasse al punto in cui ci sono troppi uomini privi di compagna, allora la conflittualità per averne una diventa esplosiva e si va sotto le mura di Troia per 10 lunghi anni e si muore copiosamente. In questo modo non è che aumenta il numero di donne, ma diminuisce quello di maschi. Non serve nemmeno che cambi la cultura di selezione, anzi probabilmente in una situazione di conflitto l’incentivo ad avere figli maschi è anche maggiore. Comunque muoiono tanti maschi e la differenza torna entro limiti di guardia accettabili.
    (Ovviamente muoiono anche donne e bambini, perché la guerra è fatta così)

    Ma una cosa interessante, mi pare, è che davvero è una cosa di cultura, se la preferenza si replica anche nei paesi occidentali. Gli immigrati da paesi che fanno questa selezione di genere, la fanno anche qui.

    Ora: bisognerebbe considerare se venendo qui riescono a entrare in possesso delle informazioni sullo squilibrio di genere o no. Come prima cosa. Se ancora non lo sanno, sarebbe opportuno informarli e istruirli, suggerendo che una figlia femmina è un bene tanto quanto (e forse di più) di un figlio maschio.

    In secondo luogo, bisognerebbe considerare se dopo l’immigrazione subentra l’integrazione. Se immigrano ma rimangono chiusi nelle loro chinatown, parlando solo con connazionali, sistemando matrimoni solo con connazionali, allora di nuovo non hanno bisogno di cambiare cultura, non hanno l’occasione per farlo e nemmeno lo stimolo. Rimangono chiusi nella loro idea che un figlio maschio onora la famiglia di più di una femmina, e non cambiano.

    Terzo e ultimo punto, anche se da noi non si fa la selezione di genere, la nostra cultura è ancora impregnata di quell’ideale che a un matrimonio fa dire agli sposi “auguri e figli maschi“. Alla faccia di tutti i buonisti, i terzomondisti, i noglobbal (due b appositamente), i pauperisti, gli antropologi e così via, però, noi abbiamo avuto anche una corrente culturale “laica” e “scientista” che ha tolto di mezzo le stronzate primitive che nella nostra società rimangono solo come modi di dire e in altre invece sono solidi princìpi.

    Cosa si può fare?
    Positive actions sono una parte della soluzione, e rischiano però di generare un maschilismo di ritorno (più o meno giustificato, non interessa qui: interessa che il rischio di peggiorare la situazione mentre si cerca di migliorarla c’è).
    Quando mi occupavo di filosofia dello sport, uno dei temi era (ed è ancora) come mai le donne fanno meno sport. E una delle spiegazioni è che non hanno modelli. Persino tra le femministe, alcune ritengono (Betsy Postow) che fare sport è contrario al femminismo, perché negli sport le donne sono meno performanti quindi sarebbe un’umiliazione. Chiaramente non ha capito una mazza, lo sport fa bene alle donne, tanto che quelle che fanno sport sono in genere più “felici”, soddisfatte di sé, in salute, meno propense alla depressione, si laureano in numero maggiore e con votazioni migliori, e in genere hanno una “vita migliore”. Ma il punto rimane: non hanno molti modelli.

    Oggi le cose stanno cambiando, ok. Super tenniste che diventano anche modelli di femminilità (dalla Kournikova in giù), atlete che vanno in copertina su Playboy ecc. Quindi non c’è più quel pregiudizio che paragonava la donna sportiva a un maschiaccio.

    Quello che voglio dire è: oltre alle positive actions – calibrate, sarebbe opportuno pubblicizzare meglio i modelli femminili di successo nei vari campi. Questo potrebbe aiutare nel cambiamento culturale. In una società dove il successo è riservato agli uomini, non ha senso “produrre” femmine perché non porteranno benessere in famiglia (tanto che quando i genitori le danno in sposa, vanno nella famiglia del marito, non rimangono nemmeno in quella d’origine). Ma se anche le femmine hanno successo, allora quali ostacoli ci sono ad avere figlie femmine?

    Negli ultimi 10 anni circa, ho conosciuto più ragazze che ragazzi in gamba. Ho conosciuto anche delle incapaci in posizioni ottenute chissà come, ok. Però se potessi farei una grande pubblicità alle capacità di quelle ragazze/donne. E parlo di sportive di talento (tanto, davvero), o di pensatrici con cervello (tanto, anche se ho visto di recente delle cose scritte col culo…), o di persone carismatiche… Ce ne sono.

    Cosa è successo nella nostra cultura che non è successo nelle altre, e che ha favorito la parità (ancora non raggiunta)?

  4. Con “si livella” non pensavo a guerre tra maschi in cerca di femmine, ma semplicemente al fatto che le femmine, essendo rare, diventano preziose e quindi diventa economicamente interessante avere figlie femmine.
    Questo però non sembra accadere neppure tra gli emigrati (fatto salvo il discorso sull’integrazione che hai fatto).
    Per la cronaca: io volevo ardentemente una femmina, ma è arrivato un maschio!

  5. Pensa a quando dovrai trovargli una moglie, girando per i caveaux
    (mi fai sentire anziano, sei più giovane di me. Anche mio fratello s’è già sposato)

  6. C’è ancora una cosa che non abbiamo considerato e dovremmo vergognarci in quanto maschi, in quanto filosofi e tu pure in quanto genitore (quindi tu dovresti vergognarti più di me :D): quando la scarsità del bene-donna arrivasse a farle diventare preziose, e i genitori di figlie femmine si troverebbero in casa un bene richiesto e potrebbero chiedere ingenti ricchezze in cambio dell’accordo matrimoniale, allora è anche possibile che la cultura cambi tutto di colpo, facendo diventare obsoleto e non più richiesto l’obolo ai genitori da parte dell’aspirante marito.
    Cioè: una cultura estremamente maschilista potrebbe passare di colpo da una situazione in cui “Vuoi una moglie? 30 cammelli!” (o 3000 se il bene è scarso e la moglie li vale) a una situazione in cui la cultura stessa non richiede più che quando vai a chiedere la mano di una donna ti porti dietro una carovana di bestie, spezie e gioielli.
    I genitori di figlie femmine si troverebbero allora in casa un bene scarso, richiesto, ma che sostanzialmente non viene più pagato.
    Per esempio nei ristoranti indiani (dove ho mangiato io almeno) ti portano acqua a volontà, anche se nelle loro terre non è ovunque un bene così disponibile. E comunque è pur sempre un bene molto richiesto, ma te lo portano gratis. Magari si arriverà a una situazione in cui piuttosto che pagare per comprare la moglie, gli aspiranti mariti compreranno appezzamenti di terreno coltivati a tè e “allegata” (fatta su nella bustina) i genitori ci mettono anche la figlia.
    Di conseguenza, il tè in questo futuro diventerà carissimo anche per noi consumatori occidentali. Diamine.

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