Raro e prezioso?

La scarsità è più facile da gestire dell’abbondanza: quando qualcosa diventa raro lo riteniamo più prezioso di prima, è un cambiamento concettualmente facile. L’abbondanza è diversa: il suo avvento implica che cose prima preziose possano essere trattate come se fossero abbastanza economiche da poterle sprecare, che è come dire abbastanza economiche da farci degli esperimenti. Siccome l’abbondanza elimina i compromessi a cui siamo abituati, chi è cresciuto nella scarsità può sentirsi disorientato. Quando una risorsa è scarsa, chi la gestisce spesso la considera un valore in sé, senza fermarsi a riflettere su quanto quel valore sia legato alla sua scarsità.

(…)

Allo stesso modo, quando pubblicare – l’atto di rendere pubblico qualcosa – smette di essere complicato e diventa facile, la gente abituata al vecchio sistema spesso considera la pubblicazione da parte di dilettanti frivola, come se pubblicare fosse un’attività intrinsecamente seria. Peccato che non lo sia mai stata. La pubblicazione andava presa sul serio quando i costi e l’impegno richiesto costringevano la gente a prenderla sul serio – se commettete troppi errori fallirete, proprio come nel Cinquecento. Ma se questi fattori scompaiono, allora scompare anche il rischio. Un’attività che sembrava intrinsecamente preziosa si è rivelata solo accidentalmente preziosa, come ha dimostrato il cambiamento nel sistema economico.

Clay Shirky, Surplus cognitivo, Codice edizioni 2010, p.45

Abbiamo un bias cognitivo, ovvero un pregiudizio radicato nel profondo del nostro cervello: riteniamo che le cose rare e a cui non accediamo facilmente siano preziose. Ma non sono preziose, sono solo rare. Probabilmente è un modo di pensare che si è fissato nelle nostre teste primitive, quando ancora mezze scimmie vagavamo per qualche landa desolata e da mangiare c’era giusto qualche topo. Pochi, e visto che la carne fornisce proteine, e che permette a chi ne mangia di essere più forte, e quindi di avere il comando del gruppuscolo di scimmie, i pochi topi erano preziosi, e da qui, nel nostro cervello bacato, abbiamo fatto l’astrazione “poco=prezioso” applicandola a tutto.

Shirky sostiene che il mercato dell’editoria si è mosso nello stesso modo, piantando le radici nel sistema post-Gutenberg: prima di Gutenberg i libri erano una cosa macchinosa, o erano copiati a mano o con torchi (macchine per stampare) ma per ogni pagina bisognava prima intagliare nel legno una specie di timbro da inchiostrare. Insomma, lavori lunghi. Quindi i libri erano rari perché ci andava tanto tempo a produrli. Quindi la selezione dei contenuti era molto accurata – che non vuol mica dire “corretta”, solo che ci si metteva tanta discussione anche lì. In pratica si stampava solo la Bibbia, qui in Occidente. Se andiamo in Oriente le cose sono diverse, ma in buona sostanza si passa dai tibetani che con timbri simili ma senza macchine (lavoro manuale: inchiostri il timbro e ci passi sopra i fogli) stampavano i discorsi del Buddha ai cinesi che avevano una selezione di testi letterari, scelti da Confucio e dalla sua scuola, che comprendevano storie degli antichi imperatori, genealogie, raccolte di aforismi e discorsi di Confucio stesso per l’educazione morale del cittadino-suddito.

Gutenberg press

Dopo Gutenberg le cose cambiano: diventa facile stampare, ci va meno tempo e meno soldi, quindi si stampa di più. Si stampano più Bibbie. Poi visto che non c’è così tanta richiesta (non è che tutti sanno leggere o che possono comprare…), rimane lì una quantità di “lavoro” disponibile per altre cose, inutilizzata. Allora si torna ai classici, quelli accettati dalla Chiesa. E infine, visto che anche qui non ce ne sono mica tanti, si passa a scrivere cose nuove. E la qualità si abbassa. Tutti scrivono, di colpo. Il vantaggio però è l’accessibilità, ovvero libri disponibili per tutti, di tutti i generi per tutti i gusti e per tutte le occasioni. E scopriamo che il valore non è qualcosa di intrinseco, ma di accidentale: il valore è qualcosa che dipende dalla relazione dell’oggetto con noi.

Finalmente si apre uno spiraglio: basta con i tromboni che dall’alto delle loro cattedre e della loro spocchia vi indicano cosa è di valore e cosa no! E finalmente non avremo più tra i piedi degli sciocchi che sostengono che l’inaccessibilità è un segno del valore della cosa!

Quando si tratta di informazioni, come per esempio un testo scritto, l’inaccessibilità è il disvalore per eccellenza. L’inaccessibilità ci impedisce di accedere alle informazioni, quindi come fa a segnalare il valore delle stesse? «In quel pacco c’è una cosa preziosissima, ma non puoi aprirlo. Devi accettare che la forma del pacco è già segno del valore del contenuto e non discutere» – va beh, ma cosa c’è dentro? Se non so cosa c’è dentro, come posso io corriere accettare la tua parola e assicurare quel pacco per un milione, mentre magari vale giusto un euro? Devo guardarci dentro. Devo sapere.

L’accessibilità non è un disvalore. L’accessibilità non uccide la qualità. Non è vero che se qualcosa è raro e difficile allora è di valore in sé. Facciamo questo esperimento mentale: in un mondo di stitici, la cacca sarebbe rara e difficile. Quindi la cacca è un valore in sé? Allora il sillogismo

  1. se è difficile e raro allora è di valore
  2. in un mondo di stitici la cacca è difficile e rara
  3. chi comunica in modo difficile pensa di avere valore

si conclude facilmente con

  • chi comunica in modo difficile è cacca

Ovviamente il discorso di Shirky apre al nuovo modo di pubblicare, dal blog all’autopubblicazione, che di fatto elimina l’intermediario, ovvero qualcuno che decide per tutti cosa ha valore e cosa no. Da qui in poi tocca a ciascuno la selezione dei contenuti “validi”.

Quando Nate Silver scrive The signal and the noise cerca di far capire come fa lui a trovare in mezzo all’oceano di informazioni disponibili quali sono quelle utili. Utili per il suo lavoro, per le predizioni statistiche che fa. E offre spunti interessanti per il ragionamento. Per esempio, collega l’aumentata disponibilità di informazione a stati di conflittualità: dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, riteniamo comunemente che si sia accresciuta la libertà perché a quel punto molti potevano permettersi l’acquisto di libri. Attenzione però: tutta questa informazione è stata usata male. Sono iniziate le guerre di religione che per secoli hanno devastato l’Europa.

Ciò è accaduto perché la partigianeria ha prevalso sull’analisi. Ciascuno aveva accesso a moltissime informazioni E le usava per giustificare la propria posizione, non per controllare se la propria posizione fosse solida. Nel momento in cui ci sono così tante informazioni, posso scegliere quelle che portano acqua al mio mulino e scartare le altre.

Quello che manca allora è un’educazione alla selezione di informazioni. La scuola italiana di sicuro non fornisce questa educazione. Fornisce nozioni, in gran parte inutili. Richiede aderenza alle nozioni e premia la conformità, piuttosto che l’elaborazione personale. E fino a un certo livello è anche giusto così: un bambino non è capace di rielaborare, semplicemente perché non ha esperienza di elaborazioni precedenti. Deve essere messo a contatto con i pensieri di altri individui, e pian piano impara come si fa – facendo. E soprattutto, prima di rielaborare contenuti devi avere contenuti, quindi una fase di studio “nozionistico” non è in sé sbagliata: stai raccogliendo i dati che poi userai per costruire la tua visione. Ma la questione si fa seria circa dai 14 anni in su, diciamo alle superiori. Che dovrebbero preparare le persone ad affrontare il mondo, che oggi (ma è sempre stato così) è un mondo di informazioni. E non lo fanno.

Lavorando nella scuola ho potuto incontrare cervelli sprecati, umiliati e menomati. Nativi digitali capaci di usare a mala pena Facebook. Non in grado di sviluppare un ragionamento personale e coerente. Se ancora nel 2011 De Mauro, usando ricerche internazionali, sosteneva che il 71% degli italiani fosse analfabeta o semianalfabeta (o analfabeta di ritorno, o analfabeta funzionale, per un momento non cavilliamo sui termini), ovvero che 7 italiani su 10 non fossero in grado di leggere un testo di media complessità, allora il problema è bello grosso. Una percentuale simile si aveva solo all’indomani dell’unificazione nel 1861 (Wikipedia dice che nello stesso periodo in Svezia era al 10%). Significa che solo 2 o 3 italiani su 10 sono in grado di muoversi nel mondo di informazioni. E ovviamente, questo ha ricadute terribili su economia e politica: non possiamo competere con nazioni capaci di muoversi nel mare di informazioni, e non possiamo scegliere consapevolmente la classe dirigente. Tra l’altro, se solo 3 su 10 sono “capaci”, va a finire che ci troviamo alla guida del Paese 7 ignoranti ogni 10 eletti, e si riproduce la difficoltà di mantenere il passo con il resto del mondo perché i governanti non sanno capire come funzionano le cose.

Se Silver ha ragione (e ci sono buoni motivi per credere che ce l’abbia, in primo luogo la percentuale di risultati che riesce a prevedere, sia nello sport che in politica), allora abbiamo davanti – diciamo nei prossimi 10 anni? – un grosso rischio di degenerazione conflittuale nell’uso partigiano delle informazioni, con il boom dell’informatica indossata e della connessione perenne alla Rete a riprodurre la libertà offerta a suo tempo dalla stampa a caratteri mobili di Gutenberg. A meno di non imparare a valutare criticamente l’informazione ricevuta.

(Toh, vien fuori che magari Filosofia serve a qualcosa…)

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