Degenerazioni democratiche

Circa 25 secoli fa – la prendo larga – Aristotele sosteneva che la democrazia è una forma di governo degenerata, ed è degenerata rispetto alla politeia, la quale altro non era che la partecipazione dei cittadini alle funzioni politiche, ovvero al governo della propria città.

AristoteleNon era solo andare a votare. Certo, la democrazia ateniese era diversa dalla nostra: avevano diritto di partecipazione e di voto solo i maschi adulti liberi e cittadini, una piccola parte della popolazione. Ma il voto non era un “diritto”, quanto piuttosto una responsabilità. Almeno secondo Aristotele, che non era cittadino ateniese… Comunque, ogni cittadino si recava alla discussione pubblica per prendere parte alle decisioni riguardanti la politica della città. Votavano le guerre, votavano le paci, votavano gli strateghi, votavano gli esilii, le spese per l’arredo urbano, le processioni e le grandi manifestazioni teatrali, l’avvelenamento di filosofi fastidiosi e così via.

Una democrazia diretta? 

No. Primo, non era una democrazia: la democrazia è una degenerazione dove il voto non deriva dalla discussione degli interessi della comunità, ma dalle preferenze dei votanti. Una preferenza può anche essere ingiustificata. Anzi nella maggior parte dei casi è così. Votiamo per una parte per motivi che Kant avrebbe definito patologici: ci piace “a pelle” il candidato (Kennedy?), facciamo il tifo (“scendo in campo” e “compro Kakà-Ibrahimovic-il figlio di Kakà + Ibrahimovic), la famiglia ha sempre votato così, gli amici mi scaricano se non mi aggrego (è questo il “voto aggregato”?), vengono a prendermi col pullman e mi offrono una gita e un panino e 10 euro.

E non solo in questioni di voto politico. Mi piace la pizza e non mi piace il pesce; mi piace il football americano e non mi piace il calcio; mi piace una ragazza mediterranea e non una gallica. Preferenze personali. Non c’è da discutere, non ho argomenti razionali per giustificare le mie preferenze.

Il governo ateniese era sede invece di dibattiti infiniti, tanto che s’è dovuta inventare la retorica per vincere in questi scontri dialettici.

Secondo, Atene aveva una costituzione. Aveva delle leggi. Se andavi in giro di notte a martellare lo scroto delle statue, finiva che poi non eri più ben visto in città e dovevi fuggire a Sparta o in Persia. Perché c’era una legge anti-martellamento di testicoli marmorei. La discussione aveva dei limiti, nessuno poteva proporre cose che andassero contro la legge.

Adesso il discorso decolla (-_-‘). Da qualche tempo, qualcuno si fa alfiere di un nuovo modo di intendere la democrazia, a colpi di referendum online – con partecipazioni ancora inferiori rispetto alle votazioni ateniesi, ma non è tanto questo il punto. Il punto è che chi propone questo metodo di amministrazione della cosa pubblica non ha idea di cosa significhi volere una democrazia. Non sono certo il primo ad affermarlo e non sarò l’ultimo. Ma.

Quando noi occidentali parliamo di democrazia, intendiamo una forma di governo che conceda uno spazio in cui i cittadini siano liberi di perseguire un progetto di vita e siano protetti. In cambio, pagano le tasse, e concedono agli altri cittadini la medesima libertà di cui godono loro, altrimenti gli altri cittadini non concedono a te la stessa libertà. È un principio espresso bene da Yogi Berra: «se tu non vai ai funerali degli altri, loro non verranno al tuo».

Ok, nella pratica la forma dello Stato viene considerata (da alcuni) niente più che un collettore e redistributore dei beni disponibili, in modo da evitare il conflitto (Alcibiade è ricco e potente → Alcibiade rompe il cazzo → Alcibiade rompe il cazzo alle statue sacre → chi rompe il cazzo alle statue sacre va morto → Alcibiade va morto; ah, il sillogismo!). Ma non è così.

Uno Stato è precisamente uno spazio in cui la possibilità di costruire un piano di vita differente viene protetta. E dovrebbe anzi essere anche promossa. La scuola è un mezzo di questa promozione ma eventualmente ci tornerò. Stiamo nozickiani e prendiamo lo Stato minimo, quello che si limita a proteggere le possibilità. Come fa a offrire questa protezione? Con i referendum? Con il voto diretto su ogni decisione?

Un paio di balle (salvate quella fatidica notte delle erme).

Quello che permette lo sviluppo di scelte di vita alternative è l’esistenza delle leggi. Un governo delle leggi è e deve essere superiore a qualunque governo degli uomini. Sarebbe facile obiettare che le leggi naziste allora andavano obbedite. Se la legge fosse buona in sé, fine delle discussioni, arriva il tiranno e vi dà una lista e chi sgarra paga caro. Ma questo tipo di leggi porta all’implosione della comunità. E non garantisce l’alternativa, la scelta. Se un individuo non vede in uno Stato ( = un sistema di leggi) la possibilità di sviluppare la forma di vita che preferisce, non aderisce. Non partecipa. Resta fuori. Quindi non c’è nemmeno da discutere. E il sottomesso non è un cittadino. Non ha scelta. Non è democrazia come la intendiamo noi, quindi queste non sono obiezioni contro la democrazia come la intendiamo noi ma contro altre forme di governo.

Ecco alla fine il succo del discorso: se ci mettiamo a caldeggiare o addirittura a costruire una democrazia diretta, in cui ogni decisione è presa tramite il voto e la maggioranza vince, non facciamo un passo avanti. Ma compiamo una vera e propria involuzione, torniamo a sistemi tribali in cui strappare il cuore a una giovane serviva a far sorgere il sole anche il giorno dopo. Ogni decisione, invece, deve essere presa solo dopo aver stabilito dei vincoli, in primo luogo a protezione della minoranza. Se un giorno davvero quel tizio ottenesse il 99% dei voti, non potrebbe comunque fare alcunché contro l’1% rimanente, non potrebbe prendere decisioni che danneggiano quell’1%.

Perché? Per un sacco di motivi. J.S. Mill suggerisce per esempio che quell’1% potrebbe essere incredibilmente creativo e produrre idee alternative che sono salutari (anche gli organismi che non reagiscono all’ambiente finiscono estinti). Un altro punto a scarico è che quell’1% ha scelto di partecipare alla comunità perché nella comunità ha trovato la garanzia della protezione delle proprie scelte – di tutte quelle che non danneggiano gli altri, perlomeno: ogni individuo è disposto a cedere sul punto “Io rinuncio alle mie preferenze che possono danneggiare te, se tu rinunci a quelle che possono danneggiare me”.

In buona sostanza, è incredibilmente banale: la scelta a maggioranza sarebbe antidemocratica. O, se vogliamo usare i termini di Aristotele, anti-politica

8 pensieri riguardo “Degenerazioni democratiche

  1. Non so : mi sembra che mischi democrazia (le dicisioni si prendono a maggioranza) e stato liberale (fai quel che vuoi ma non danneggiare gli altri), che sono due cose diverse.

  2. si e no: per me oggi democrazia non può essere altro che democrazia liberale. Ma non nel senso in cui la possono intendere il Tea Party o altre associazioni di simile stampo: il liberalismo classico è pragmatico e intuisce, prima che Morgenstern e soci lavorino sulla teoria dei giochi e che la teoria dei giochi sia applicata alla spiegazione delle relazioni sociali, che – come diceva Ford – non c’è vero progresso se non c’è per tutti. Quel liberalismo è “socialdemocratico”. Pensa a JS Mill (che a “fine carriera” pubblica scritti decisamente socialisti), o al piano Beveridge (e Beveridge non è certo “di sinistra”) che riforma il welfare britannico dopo la II Guerra mondiale, ampliando tutela pensionistica, sanità per tutti ecc ecc un vero welfare socialdemocratico.
    Non credo si possano definire democratiche, se non in senso puramente letterale, altre forme di sistemazione politica della società. Anche per motivi di coerenza interna e non contraddizione: se non “tutto il popolo” è coinvolto nel beneficio, allora non è demo-crazia.
    Detto questo, mi sembra che la forma rappresentativa sia comunque migliore di quella diretta: faccio una distinzione tra chi vota e chi governa, perché chi vota può anche prendere le sue decisioni semplicemente in base alle proprie preferenze (non vedo perché no, dal momento che parto dal presupposto che X entra in una società proprio per tutelare se stesso, non è richiesto niente di più che un egoismo razionale), mentre invece chi viene eletto deve guardare agli interessi di tutti, cercando un equilibrio e agendo anche, a volte, in modo paternalistico (perché deve mantenere in vita quello spazio in cui, rispettando alcuni vincoli al proprio agire, ciascuno può comunque sviluppare il proprio piano di vita in modo migliore di quanto potrebbe fare al di fuori di quello spazio protetto).
    Se arrivassimo a una democrazia diretta, a ogni votante dovrebbe essere richiesto di scegliere in base agli interessi, e non in base alle proprie preferenze, perché le preferenze possono essere distruttive di quello spazio. Ogni votante diventa governante? Bello, ok, ma obiettivamente non tutti raggiungono il livello di astrazione necessario per puntare agli interessi piuttosto che alle preferenze. Qualcuno ha disabilità cognitive (ah ma se manipoliamo i geni potremo fare qualcosa no?😉 ), qualcuno è avido, qualcuno non ha la possibilità di studiare perché non è ricco abbastanza da perdere quel tempo e deve andare a lavorare. Insomma non tutti hanno tempo e modo di arrivare all’astrazione da preferenze a interessi. E non è un problema, perché appunto non vedo ostacoli al fatto che qualcuno voti in base alle preferenze. Quindi teniamoci una democrazia rappresentativa, dove i governanti siano guidati da un obiettivo sugli interessi della società (primo tra tutti, “che la società continui ad esistere”) e siano capaci di sviluppare strategie per raggiungere quell’obiettivo.
    Per chiudere: darei del coglione a chi propone un patentino per votare, ma sarei perfettamente d’accordo con chi lo proponesse per governare.

    1. Cavolo, un commento più lungo del post…
      Comunque: anche per me “democrazia non può essere altro che democrazia liberale”, ma come auspicio, non come analisi.
      Sempre come auspicio un romanzo non può essere altro che avvincente, ma devo riconoscere ce ci sono molti libri che sono romanzi a tutti gli effetti e sono pure molto noiosi.

      1. sì, infatti, è proprio teoria. Lato normativo. Come mai una democrazia diretta non è democrazia (come la intendiamo almeno io e te), rifacendoci al concetto di democrazia (liberale, occidentale – che è rappresentativa per buone ragioni, che è stata voluta rappresentativa da gente che ci ha ragionato)

      2. Ma quella diretta è comunque una democrazia. Non è una democrazia liberale e quindi per noi cattiva. Ma sto facendo la figura del filosofo analitico che si incaponisce sul senso e il significato del termine mentre gli altri fanno la rivoluzione.

      3. si, è sempre democrazia, ma nel senso di degenerazione che a quel termine dava Aristotele, appunto.
        Nel post ho volutamente creato la confusione dei termini, di democrazia come la usava lui e di come la usiamo noi, per arrivare all’anti-politica finale.

    1. non svolge il suo compito e qualcuno dovrebbe ricordarglielo – ammesso che parliamo di uno Stato democratico e liberale come inteso qui, perché è pieno di Stati che non tutelano le minoranze e non sono democratici e liberali

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