Anche la democrazia è normativa

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Situationist slogan badge (Photo credit: dannybirchall)

Su TED ho trovato un post di Yasheng Huang, un economista del MIT che prima lavorava ad Harvard. Il tema della discussione è la democrazia. Huang (sarà questo il cognome? Ché in Cina usa mettere prima il cognome e poi il nome, come Yao Ming, il nome era Ming e il cognome Yao) – chiamiamolo allora per comodità YH, risponde in tono piuttosto duro a Eric Li, affarista cinese ma con interessi in tutto il mondo, da quel che ho capito. Li (qui Li è il cognome, sono sicuro!)(qui-li, scusate, non volevo…) aveva registrato un TED Talk in cui sosteneva che il sistema marxista cinese, e qualunque sistema autocratico dello stesso stampo culturale, funziona meglio di qualunque democrazia su tutti i livelli, dall’economia all’ordine interno.

La risposta di YH inizia da una distinzione tra i sistemi democratici liberali occidentali e il sistema marxista: YH ritiene che il sistema marxista sia normativo, ma usa questo “normativo” come sinonimo di “pio desiderio”. Impraticabile nella realtà. Quando Marx lo propagandava, non stava facendo un discorso predittivo (come farebbe un medico quando dice “questo sarà il decorso della malattia”), ma esprimeva semplicemente una preferenza, un desiderio personale. Questo perché quando Marx ha inventato il suo comunismo non esisteva al mondo, né mai era esistita, alcuna società fatta in quel modo. Non poteva descrivere e portare fatti a supporto, era tutta espressione di desideri personali. Nella realtà storica, mentre Marx aveva basato il suo sistema sulle sue proprie deduzioni (niente fatti), i suoi successori lo hanno basato sulla violenza e l’oppressione.

Lasciando perdere i passi in cui, punto per punto, YH smonta il talk di Li (sulla corruzione e l’impossibilità di rilevarla in sistemi autocratici, che quindi risultano falsamente meno corrotti; sull’economia che cresce a ritmi vertiginosi, ma è più facile crescere se non sei giù cresciuto; sulla capacità di auto-correggersi delle autocrazie, che non vale nemmeno la pena di considerare), arriverei subito in fondo, dove un paio di affermazioni di YH meriterebbero ulteriore sviluppo:

In this aspect, however, democracy and autocracy are not symmetrical. In a democracy, we can debate and challenge democracy and autocracy alike, as Li did when he put down George W. Bush (which I greatly enjoyed) and as I do here. But those in an autocracy can challenge democracy only. (Brezhnev, upon being informed that there were protesters shouting “Down with Reagan” in front of the White House and that the US government could not do anything to them, reportedly told Reagan, “There are people shouting ‘Down with Reagan’ on Red Square and I am not doing anything to them.”) I have no troubles with people challenging people in power and being skeptical about democracy. In fact, the ability to do so in a democracy is the very strength of democracy, and a vital source of human progress.

e soprattutto:

The single most important benefit of democracy is its ability to tame violence

Partendo dalla prima citazione: la possibilità offerta nei regimi democratici è quella di criticare, possibilmente con argomenti, il sistema stesso. Li, a un TED Talk, può dire che la democrazia non funziona bene come un’autocrazia marxista. Li, in un’autocrazia marxista, non può dire che la democrazia funziona meglio di un’autocrazia marxista. Ora, Li potrebbe rispondere che proprio questo è il problema delle democrazie, la possibilità di critica. E in effetti anche in democrazia sviluppiamo patogeni che reclamano il 100% del consenso, visto che la maggioranza (non inteso come “la maggioranza di quelli che hanno votato” ma proprio come diceva Biante, «la maggioranza è cattiva») è buona solo per convalidare decisioni altrui piuttosto che per mettere nel dibattito decisioni proprie, e non agiamo contro quei patogeni. Il non agire contro i patogeni è segno di un organismo malato e debole, quindi dal punto di vista di Li le democrazie sono peggio delle autocrazie (almeno della sua autocrazia marxista cinese, poiché YH gli rinfaccia tra le altre cose che si potrebbero usare gli stessi argomenti per difendere autocrazie notoriamente “non buone” come quella russa), non sono sane.

Uniamo ora la seconda citazione: una democrazia nasce come difesa contro le violenze. Soprattutto quelle commesse dall’autorità. Un’autocrazia non si fa problemi a eliminare gli oppositori o i presunti tali, mentre in una democrazia è molto più complicato. La Cina può mantenere l’esercito in Tibet senza alcuna opposizione interna, l’Italia può mantenere l’esercito in Afghanistan ma l’opposizione interna c’è e non viene soppressa a fucilate. La TAV in Cina sarebbe già finita.

Ma questi sono argomenti fattuali, e io voglio dire che anche la democrazia è normativa, ovvero un desiderio. La stessa citazione però ne offre l’opportunità: la democrazia è una scelta degli individui che continuano a viverci. Parliamo in astratto perché saliamo al piano normativo, un piano che sembra dimenticato da parecchia gente. Un individuo razionale e dotato di preferenze arriva a scegliere un sistema come quello democratico perché è il migliore possibile in cui realizzare le proprie preferenze. Un continuo confronto con lo spazio delle preferenze (libertà?) altrui è pur sempre uno spazio più ampio rispetto a quello in cui un’autorità decide sopra le nostre teste. Lo spazio democratico è lo spazio più ampio possibile. Lo spazio più ampio tra quelli possibili.

Allora in questo senso è normativo, nel senso in cui YH pretende che il marxismo sia: è normativo perché espressione di desideri. Ma è normativo anche in un altro senso, quello più filosofico: come norma di ragione. Dopo aver ragionato si vede che date le condizioni (il materiale umano, ovvero individui dotati di preferenze, interessi, desideri) la miglior combinazione possibile è proprio la realizzazione di un governo delle leggi uguali per tutti. Almeno in teoria, ma qui stiamo proprio facendo teoria. E comunque anche in pratica, basta confrontare i dati forniti da YH in quel post (nelle democrazie aumenta in benessere, è più diffuso, sono migliori anche i servizi fondamentali come sanità e istruzione – in genere, tolta l’endemica corruzione che è problema culturale, non sistemico). Il sistema democratico con un governo delle leggi permette di ridurre la violenza perché questa sarebbe irragionevole: chi usa violenza per realizzare le proprie preferenze si mette contro tutto il sistema e riceverà violenza moltiplicata.

Ma questo è il piano normativo, che non è quello descrittivo. Sul piano descrittivo i criminali continuano a esistere, e nelle democrazie in genere sono anche più tutelati che nelle autocrazie: la pena di morte è molto ridotta nelle prime rispetto alle seconde. Però è ancora questione di scelta, tra un sistema più sicuro ma oppressivo e un sistema meno sicuro ma libero. Credo che l’esempio migliore lo abbia offerto la Norvegia quando ha incarcerato Breivik (per solo 4 lustri, tra l’altro): mentre praticamente tutto il mondo lo voleva morto, la Norvegia ha risposto no, noi risponderemo non con una chiusura, ma con ancora maggiore apertura. Hanno fatto una scelta totalmente normativa, si sono diretti verso il mondo che vogliono, più che verso un mondo calcolato in base alla struttura economica. E questa è la vera superiorità del sistema democratico.

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7 pensieri su “Anche la democrazia è normativa

  1. Quindi riassumendo: normativo come espressione di desiderio; normativo come norma di ragione; infine normativo come (unendo i due) desiderabile, o meglio “quello che sarebbe da desiderare, da preferire”. Sarebbe razionale preferire quello.

  2. Non ho alcun dubbio nel preferir vivere in una democrazia (pregi e difetti) normativa anziché in un’autocrazia autoritaria, anch’essa perversamente normativa di stampo kafkiano.
    Ma la democrazia ancora tanta strada deve compiere per riuscire definitivamente a piallare le disparità sociali i diversi privilegi di classe. E questo accade perché all’eguaglianza dei diritti politici ancora non corrisponde (né forse mai corrisponderà) una medesima eguaglianza nel lavoro e negli scambi che ad esso conseguono.
    Inoltre, riguardo a questo tuo passaggio:
    «Quando Marx ha inventato il suo comunismo non esisteva al mondo, né mai era esistita, alcuna società fatta in quel modo. Non poteva descrivere e portare fatti a supporto, era tutta espressione di desideri personali. Nella realtà storica, mentre Marx aveva basato il suo sistema sulle sue proprie deduzioni (niente fatti), i suoi successori lo hanno basato sulla violenza e l’oppressione.»

    Senza difendere, nel modo più assoluto, la vecchia Urss o l’attuale nazionalcapitalcomunismo cinese: ma non credo che quello sperimentato fosse e sia la realizzazione di una società senza classi fondata su un nuovo sistema economico. Insomma, lo dico solo come spunto di ricerca: il fallimento della prassi del comunismo datosi nella storia non inficia la bontà della teoria. Prendilo con le pinze: è come se ancora Marx non avesse trovato un equipollente pratico come quello che la teoria darwiniana ha trovato con la nuova sintesi, ovvero con l’incontro con la genetica mendeliana.

    • La regolarità con cui la prassi ci ha regalato tali risultati, a me, fa venire il sospetto che sia l’inevitabile prodotto di quella teoria.

  3. rilancio @tutti (anche al compagno Piotr che ha commentato solo per mostrare la nuova foto con il nuovo taglio naziskin :P): il problema non è del sistema, ma di cultura.

    Il fatto che democrazie come la Norvegia prosperino nonostante tutto è un indicatore che il problema “nostro” siamo proprio noi. Una Costituzione italiana popolata di norvegesi funzionerebbe alla perfezione. Una Costituzione norvegese popolata di italiani andrebbe a ramengo. Rapidamente direi, visto che là la crisi non ha fatto enormi danni (il Primo Ministro ha appena comunicato che sta arrivando adesso qualche piccolo cenno e prevedono tassi di disoccupazione allarmanti al 3.4% nel 2016…) e c’è un bell’osso da spolpare, ci sarebbe come un gruppo di piranha.

    Questo significa anche che lo sbilanciamento economico è un problema culturale e non del sistema-democrazia. Se la Norvegia avrà una disoccupazione al 3.4% nonostante la crisi infuri nel mondo da anni ormai, significherà qualcosa. Ok, in primo luogo che hanno il petrolio. Ma anche gli Stati Uniti (che a fine giugno prevedevano un aumento di richieste di sussidi di disoccupazione di circa 6 mila unità e se ne sono trovati il triplo).
    Che hanno però una forte componente alla base libertarian (faccio i cazzi miei e sparo a chi mi entra in casa) e poco propensa alla collaborazione su vasta scala (su piccola scala sì, sono comunitaristi anche)(oh, tutto con l’accetta qui eh! Non sono analisi raffinate ma a grandi linee siamo lì).

    Il sistema democrazia non deve ripianare le diseguaglianze. Questo è un errore. Deve permettere la maggiore libertà di costruire una vita e tutelare quello spazio vincolato (tutela me, tutela te, tutela X, ma magari io e X abbiamo piani concorrenti, quindi dobbiamo avere dei vincoli reciproci che diventano vincoli verso il sistema). Diventa welfarista per ragioni ideologiche, perché vuole che tutti abbiano il minimo indispensabile, e se possibile anche qualcosa di più (e qui fa un passo normativo). Deve certo evitare che lo sbilanciamento sia fraudolento e doloso (questo non è il lato normativo della democrazia, non è lo slancio progressista, ma è la normale amministrazione per il mantenimento dell’equilibrio del sistema che altrimenti cade a pezzi). Deve tutelare gli svantaggiati. E tecnicamente ha i mezzi per farlo, visto che è un sistema studiato apposta, il sistema più razionale possibile ovvero di quelli possibili.
    Che non lo faccia, è di nuovo un problema culturale. La Norvegia non ha questo problema. Il cigno nero? Mah, però i cigni neri ti costringono a rivedere quelle “regolarità” che ti sembravano “leggi di natura”…

    Ultimo punto, più di chiarificazione che altro: ok, Marx non ha trovato la quadra. Ma l’affermazione che YH fa è proprio che è impossibile che la trovi, perché non è scientifico. E non è scientifico perché non ha dati precedenti su cui fare ricerca, analisi, ipotesi. Secondo YH il problema del marxismo è la sua totale normatività, nel senso che è solamente normativo (utopia), mentre la democrazia costruisce su fatti, avvenimenti, casi reali (YH è un economista e ha chiaramente in testa la teoria dei giochi reiterati che portano alla conclusione che la collaborazione “democratica” e prudenziale sia la soluzione migliore tra quelle giocabili).
    (Così al volo, secondo me il problema di Marx è proprio il suo monismo, il suo voler appiattire tutto ai rapporti economici, che però non sono gli unici esistenti e soprattutto non sono quelli che normano i desideri della gente: banalizzando, io non ho i soldi per comprarmela ma una Ferrari la desidererei ugualmente… A livelli più alti, c’è nella storia un movimento – cavolo guarda che roba per criticare lo storicista Marx divento storicista… – verso un sistema “più desiderabile” di altri, e le realizzazioni di questo desiderio sono democrazie, per quanto imperfette, e non sistemi egalitarian spinti. Perché il sistema egalitarian si ferma, come le stagnazioni dei paesi dell’Est Europa fino all’ ’89, mentre il desiderio va avanti, la spinta a cercare una norma migliore, anche se non si sa definire chiaramente e analiticamente cosa sia migliore, rimane e non ha niente a che fare con i rapporti economici, è puramente politica, è proprio quella che riporta il primato della politica sull’economia).

    Quello che dico io è che invece anche la democrazia è fortemente normativa, perché è un qualcosa verso cui vogliamo andare, un modello “ideale” contro cui paragonare le realizzazioni reali per migliorarle e farle somigliare sempre più al blueprint. Come fanno i norvegesi quando non accoppano Breivik.

  4. Ti seguo e apprezzo il tuo sforzo analitico che trovo altamente persuasivo. Ma da quel che le mie recenti letture marxiane ho capito, è che la teoria di Marx non è confutata ma verificata dalla ciclicità delle crisi economiche. In altri termini, io trovo Marx imprescindibile per descrivere «l’inferno» dei rapporti tra capitale e lavoro; mentre – nel modo più assoluto – non seguo Marx (o meglio: i marxisti-leninisti-stalinisti-maoisti-e altri isti) nella costruzione di un “paradiso” pianificato in terra.

    P.S.
    Per restare in Scandinavia: che ne dici dei recenti scontri sociali in Svezia non molto seguiti mediaticamente in Italia? http://www.ilpost.it/2013/05/24/unaltra-notte-di-rivolte-a-stoccolma/

  5. uhm, già Adam Smith (prima di Marx) diceva che l’ideale sarebbe il libero mercato, ma guai a lasciarlo nelle mani dei mercanti…

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